Non c’è stata partita. La tornata elettorale di novembre completa la “remuntada” del centrosinistra e porta sul 3-3 il conto finale delle Regionali d’autunno. Uno “spezzatino” che ricorda quello del campionato di calcio nell’era delle pay tv ma che ha avuto l’effetto di allontanare l’elettorato dalle urne. In Veneto, Campania e Puglia ha votato il 43% degli aventi diritto, meno 14% rispetto a cinque anni fa (in piena era Covid, tra l’altro). Un’ecatombe di votanti che è in linea con una preoccupante tendenza di disaffezione in atto da anni, ma che in parte può essere ricondotta anche all’assenza di pathos: erano tre sfide dall’esito già scritto e scontato, come certe partite di Coppa Italia che richiamano il vuoto sugli spalti, anche per manifesta inferiorità dei competitor, candidati smaccatamente di bandiera senza alcuna speranza di vittoria.
Così, al di là dei balletti folkloristici di Giorgia Meloni, le Regionali, da competizione tra schieramenti, si sono ridotte a poco più di una guerra di preferenze e di consensi all’interno delle coalizioni. Esattamente il contrario di quello che può spingere gli elettori a correre ai seggi. D’altra parte, il crollo dell’affluenza, che dovrebbe far riflettere tutti i partiti, contribuisce a rendere scarsamente attendibili i risultati elettorali in un’ottica di analisi nazionale. E invece no: per quanto prevedibili, stanno già provocando ricadute significative sul dibattito politico a poco meno di due anni dall’appuntamento con le elezioni politiche.
Nel centrodestra infatti c’è Matteo Salvini che gongola: la Lega ha doppiato Fratelli d’Italia in Veneto (grazie al “fenomeno” Zaia) e non è andata a fondo in Campania e Puglia, tanto basta per rimettere in discussione la Lombardia “promessa” a FdI. E, mentre Forza Italia si consolida ma non sfonda, c’è Giorgia Meloni che medita di accelerare sulla riforma della legge elettorale: con i numeri attuali, rischia di non tornare a Palazzo Chigi nel 2027 con il “Rosatellum”. Ma la storia delle ultime “Repubbliche” insegna che cambiare le norme sul voto non aiuta a vincere le elezioni.
Nel centrosinistra invece il campo largo esce ringalluzzito da due anni di successi nelle Regioni (Campania e Puglia dopo Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna), con l’approccio realista – tutti dentro, da Mastella a De Luca e Vendola – della leader del PD Elly Schlein che si rivela vincente e gli alleati dei Dem che esultano. A partire dall’improbabile coppia di ex premier Conte-Renzi: l’avvocato del popolo può celebrare il secondo governatore targato M5S, ma non arriva mai alla doppia cifra, mentre l’ex rottamatore conferma il successo della sua Casa Riformista, che in Campania – come già in Toscana – sorpassa Avs e rafforza il progetto di una “gamba” centrista della coalizione, ma in Veneto si perde (come il suo simbolo minuscolo) in una lista del 2%.
Insomma, in un rovesciamento del celebre motto del Gattopardo, tutto rimane com’è per cambiare tutto. E adesso, siamo pronti per un anno e mezzo abbondante di campagna elettorale permanente?
Librandi in Campania, 8000 preferenze ma è fuori. E Zaia in Veneto ne prende 200mila
