Regionali, il pronostico e la variabile

regionali voto quirinale
Sergio Mattarella e Giorgia Meloni

di Massimo Lodi

Si vota in tre regioni, Veneto Campania Puglia, ma a dar retta alle previsioni è come se non si votasse. È come se si fosse già votato. Strafavorita la destra in Veneto, la sinistra in Campania Puglia. Nell’ordine: Stefani, Fico, Decaro i governatori pronti a entrare in carica. Stefani Lega, Fico M5S, Decaro Pd. Nelle more dell’attesa, promessificio di Chigi (Meloni più Tajani-Salvini) a suon di condoni, preintese su autonomia differenziata, strizzate settoriali d’occhio ai simpatizzanti ritenuti pronti all’olé.

Lo stile -mica solo della destra, anche della sinistra- non cambia col mutar delle stagioni amministrative. Si bada al presente, s’ignora il futuro. Altro che evocare De Gasperi (“Lo statista non guarda alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni”). De Gasperi? Pochi sanno chi era, quasi nessuno ne ha letto i discorsi, zero è la comprensione d’un messaggio trasversale, unificante, strategico. Potremmo aggiungere: nazional/patriottico, se la doppia aggettivazione non si prestasse all’equivoco.

Le regionali a tappe (già espresso il verdetto in Marche, Calabria, Toscana con successi della destra nelle prime due e della sinistra nella terza) s’avviano al pareggio, 3 a 3, ch’era risultato gradito alla premier e sgradito ai suoi rivali, speranzosi nel sorpasso su cui avrebbero costruito la campagna referendaria di primavera per la giustizia. Non andrà, non dovrebbe andare, diversamente e perciò l’epilogo s’accinge ad affermare il valore del continuismo. Ovvero: complice l’astensione di massa, chi ha il potere a Roma non lo vede scalfito nelle periferie e questa è la sostanza che conta. D’alternativo film saremmo qui a parlare se a sinistra si fosse stretta un’intesa vera e non di facciata nel generale approccio alle sei consultazioni popolari. Invece le diversificazioni hanno abbondato, con relativo disamore dei cittadini chiamati in causa.

Ne è derivato un profitto a destra, dove neppure il mediocre spettacolo proposto nel Serenissimo Nord (Zaia obbligato a farsi campagna da sé, pur in nome della Lega salviniana che ne teme futuri ruoli di partito e istituzionali) riuscirà a modificare il claim del publi-cartellone: vinciamo noi dove dobbiamo vincere, perdiamo dove dobbiamo perdere, pareggiamo dove pareggiare significa successo anziché sconfitta. Esercita ipotetica forza riduttiva su tale congettura solo una variabile: lo sgangherato attacco di cui è stato bersaglio nei giorni scorsi il presidente della Repubblica. Averne messo in dubbio l’imparzialità, chiedendogli conto di amicali esternazioni private d’un suo consigliere, ha rappresentato un vulnus difficilmente sanabile. Non solo nel rapporto tra due Palazzi del potere, ma nella fantasia collettiva.

Si è costruita un’inesistente sfida Meloni-Mattarella, con ciò identificando il Quirinale come una delle parti in dialettica contrapposizione. Pur non essendo vero, il raffronto/conflitto potrebbe venir percepito quale effettiva realtà, schierando immaginificamente in campo domenica e lunedì il capo dello Stato. A sua insaputa, dispiacendogli assai, e tuttavia con possibile influenza sullo scontatissimo vaticinio. Il che la direbbe lunga-shock circa il vantaggio breve-illusorio dell’operazione di screditamento portata lassù, al Colle.

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