La recente sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il terzo mandato per i presidenti di regione ha subito infiammato il confronto sulla girandola delle candidature. Veneto e Campania sono, con Toscana, Puglia, Marche e Valle d’Aosta, tra le prime ad andare al voto in autunno; e sono anche le due regioni in cui la decisione della Consulta ha imposto lo stop ai rispettivi, irrequieti governatori, Luca Zaia e Vincenzo De Luca, desiderosi di riproporsi per il terzo mandato (per Zaia sarebbe però la quarta volta) e ora fortemente delusi da un provvedimento che tarpa loro le ali. Con una serie di conseguenze politiche sia nel centrodestra sia nel centrosinistra.
De Luca, che ha avviato il procedimento presso i giudici della Suprema Corte, potrebbe addirittura lanciare una sua lista in contrapposizione al Partito democratico al quale appartiene. Scelta che sarebbe devastante sul versante elettorale, com’è facile comprendere. Le trattative sono in corso e non appaiono di facile soluzione: il carattere del “vicere” campano, come noto, non è dei più malleabili. Zaia, il “Doge”, è già al lavoro per la sua successione fissandola nell’orbita della Lega, il suo partito. Qui nasce il problema. Fratelli d’Italia, forte del ribaltamento di consensi avvenuto negli ultimi anni, pretende di indicare almeno un presidente delle Regioni del Nord, o in Veneto o in Lombardia, anche se, in quest’ultimo caso, si va alle urne nel 2028.
La Lega, manco a dirlo, non molla. Il Nord è il suo territorio naturale, negli anni del Bossi-pensiero, le cui radici sono storicamente lombarde, dettava legge e, anche se Matteo Salvini ha imposto una linea nazionale affrancata dai temi più identitari delle origini, rivendica la titolarità politica acquisita negli ultimi decenni. A complicare le cose interviene il terzo incomodo, Forza Italia che, per il Veneto, propone Flavio Tosi, ex sindaco di Verona, nato con la Lega e trasferitosi nei berlusconiani.
Un bel pasticcio che potrebbe riflettersi sugli equilibri del governo Meloni, benché gli alleati del centrodestra non abbiano affatto interesse a buttare per aria la coalizione, che però sconta altre tensioni più o meno tenute sottotraccia. Le stesse tensioni, sebbene su livelli locali, che attraversa il centrodestra in provincia di Varese, chiamato alle urne nelle principali città nella primavera del 2027. Ma i prodromi di quanto potrebbe succedere sono già visibili a Saronno e Castellanza, città di media importanza che votano a fine maggio. La composizione delle liste, la scelta dei candidati e, soprattutto, la tenuta delle alleanze sono tutt’altro che risolte anche se, in via formale, a Saronno è stata trovata un’intesa attorno alla figura del forzista Rienzo Azzi.
Al di là del contingente rimane aperto il risiko delle candidature a Varese, Busto Arsizio e Gallarate. Si andrà probabilmente a un’equa distribuzione degli incarichi: un sindaco per ciascuno non fa male a nessuno. Però, c’è sempre un però. Riguarda in special modo Forza Italia che non trova pace al suo interno, in Provincia è schierata con le opposizioni e, come per quanto succede a Roma, non sempre è allineata con i suoi principali partner. Per dirla in un altro modo, sulle candidature alle regionali e comunali vince l’incertezza, che non risparmia, sia chiaro, nemmeno la sinistra, costantemente alla ricerca di una compattezza che, per il momento, non esiste: più che l’invocato campo largo per ora c’è un evidente campo confuso. Con buona pace di un elettorato che, tra destra, sinistra e centro, rischia di non capirci più niente.
