di Claudio Ghisalberti
“Ripartire dalle scuole”. E’ questo il punto cardine del programma con il quale Silvio Martinello, candidato alla presidenza delle Federciclo (domenica 19 le elezioni), vorrebbe rilanciare, o forse sarebbe più corretto dire resuscitare – il ciclismo in Italia. Bellissimo, potrebbe rispondere qualcuno di primo acchito. “Anche il Ministro Abodi su La Gazzetta dello Sport ha parlato chiaramente di promozione sportiva nelle scuole”, ha aggiunto Martinello l’ex campione olimpico e mondiale su pista.
In tempo di campagna elettorale, di qualsiasi genere sia, siamo abituati a ogni genere di idea e di promessa. Anche le più stravaganti o palesemente farlocche. Però pensare di rilanciare il nostro ciclismo entrando nelle scuole è come promettere l’abolizione delle tasse. Una presa in giro. Pensare di andare da un preside e da un professore di educazione fisica per convincerlo a proporre il ciclismo durante le ore curricolari è utopia. In Italia, tranne in pochissime situazioni, non ci sono le basi minime di sicurezza per farlo. Chi si assumerebbe la responsabilità di portare in bicicletta in mezzo alla strada una classe di studenti?
Molti genitori se potessero accompagnerebbero in auto i loro pargoli fin dentro la classe, non solo davanti alla scuola. Magari nel tragitto casa-scuola danno pure “esempio” di educazione e civiltà inveendo e bestemmiando contro qualche ciclista reo di rallentarli. Ve lo immaginate cosa succederebbe se il loro figliolo cadesse e solo si sbucciasse un ginocchio? Probabilmente cercherebbero di pestare il prof, di aggredire il preside, poi con un avvocato chiederebbero un rimborso economico per il danno subito dal piccolo.

Poi esiste un problema strutturale, oltre che economico. In Italia, ci sono oltre 17.300 scuole primarie (elementari) frequentate da 2.170.746 e oltre 8.300 scuole secondarie di primo grado (1.498.498 studenti). In totale, sono quindi più di 25.600 scuole a cui andrebbero fornite, e successivamente mantenute, almeno 30 bici a scuola. Parliamo di più di 700mila bici in totale. E purtroppo in Italia ci sono scuole dotate magari di palestra dove ci sono il campo e i canestri o la rete da pallavolo, ma i palloni sono sgonfi perché manca la pompa e chi li gonfia.
Un’altra ipotesi sarebbe quella di “usare” le scuole come grande serbatoio per la ricerca dei talenti. In pratica, dei tecnici federali andrebbero nelle scuole con appositi macchinari, ergometri, per sottoporre a test di valutazione gli studenti. Niente di nuovo, lo facevano già nella Ddr negli anni Settanta. Ma anche in questo caso, da noi ci sarebbero problemi insormontabili. Con quali mezzi? Con quali strutture? Con che personale? Pagato da chi? Chi si assumerebbe la responsabilità di questi test? Quanti ragazzi potrebbero essere valutati in un anno?
Martinello ha tra i consiglieri quel Renato Di Rocco che per oltre quarant’anni ha ricoperto ruoli apicali, da segretario generale a presidente (per quattro mandati consecutivi, dal 20005 al 2021), della Federciclismo. Quel Di Rocco che ha visto sgretolarsi, sfaldarsi, morire un movimento che era leader nel mondo: il ciclismo italiano. E che ora, a 78 anni, avrebbe la ricetta per farlo resuscitare.
E pensare che pochi anni fa Mario Cipollini ha speso giornate su giornate in giro per l’Italia per promuovere, di tasca sua, il ciclismo tra i bambini e i ragazzi. Per farli giocare, per farli appassionare. Per farli pedalare e per farli correre. Eppure nessuno, neppure Di Rocco allora presidente, lo ha mai considerato. Neppure per un “grazie” al telefono.
