di Giorgio Cappellini
Con Emanuele Monti, consigliere regionale della Lombardia; Presidente della Commissione IX “Sostenibilità sociale, Casa e Famiglia” del Consiglio regionale della Lombardia; Membro del consiglio di amministrazione dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), approfondiamo il tema della sanità mentale nei giovani da una visione che abbraccia due lati distinti: il primo che riguarda il bisogno di articolare dei servizi di carattere sanitario verso la popolazione, mentre l’altro consiste nell’identificare delle linee di azione e avere un’integrazione di attori, di soggetti e di erogatori che operano poi sul territorio.
Presidente Monti, perché proprio il tema della salute mentale è così vicino e attuale per i cittadini più giovani?
«I dati che oggi si hanno sono sia in grande crescita e sia di grande allarme, giusto per dare dei numeri: nella fascia 0-17 anni abbiamo registrato in Lombardia qualcosa come 137.000 casi di neuropsichiatria infantile adolescenziale nei pronto soccorsi e tra questi un eccesso di casi acuti. Da non tralasciare poi sono i ricoveri di carattere psichiatrico di un numero consistente di pazienti in una corte di età tra i 17 e i 25 anni. In un clima dove la domanda per questi servizi è in forte crescita, si scontra un impiego di risorse in fondo sanitario regionale che si aggira attorno al 3% e una mancanza significativa di operatori tra cui: alcune centinaia di psichiatri e qualche migliaio di operatori sanitari tra psicologi, infermieri ed educatori».
Come sta agendo la Regione per sopperire a questa mancanza di operatori?
«Negli ultimi tempi, stiamo cercando di lavorare su un tema di coprogrammazione sulla salute mentale che possa includere, oltre al mondo sanitario di stakeholder sociosanitari, anche il settore delle associazioni per costruire un modello integrato tra pubblico e privato, con l’obbiettivo di introdurre attività che arrivino prima che sia troppo tardi. Tutto ciò In ambito della prevenzione si è tradotto nel Piano regionale in elementi molto concreti che ho fortemente supportato nel mio ruolo istituzionale in luoghi di lavoro e di sport. E’ quindi di fondamentale importanza integrare gli strumenti di prevenzione con gli strumenti sanitari con la collaborazione tra ATS e ASST, cioè i nostri soggetti erogatori, per fare in modo che ci sia un vero gioco di squadra nel territorio monitorando, con degli indicatori chiari, come il piano regionale della prevenzione stia dando i suoi frutti».

Che tipo di progetti o best practice la regione ha lanciato per far fronte al tema della salute mentale?
«La regione si è impegnata non solo nel lancio di progetti innovativi e sperimentazioni per fornire delle best practice sul tema della salute mentale, ma anche in ambito per esempio di progetti come la prevenzione dal suicidio, poiché ci sono tanti casi di ragazzi che si tolgono la vita. Importanti poi sono: i temi della telemedicina, delle consulenze digitali e dello psicologo di base, figure come quest’ultima sono state introdotte nelle case di comunità proprio per offrire una risposta sul territorio vicina ai cittadini, in particolare ai giovani. Inoltre abbiamo avviato delle iniziative specifiche per analizzare i bisogni sulla salute mentale, sull’autolesionismo, evidenziando le criticità sulle quali intervenire».
Lei in particolare come ha agito in qualità di Presidente della Commissione IX del Consiglio regionale della Lombardia sul tema della salute mentale, legato in particolare alle dipendenze che provoca la ludopatia?
«Sul tema delle dipendenze e della ludopatia, ho promulgato la Legge Regionale Lombardia n. 23 del 14 dicembre 2020, che è la prima legge regionale di riforma del sistema delle dipendenze, che poi è diventata uno standard a livello nazionale e che ha proprio lo sguardo di creare delle reti di carattere sovraterritoriale che uniscono più attori dalla scuola alle ATS. E’ importante poi lavorare sulle fasce fragili in collaborazione con i servizi sociali con particolare attenzione verso i giovani provenienti da contesti familiari già difficili o con problematiche emergenti, individuando target specifici su cui attivare percorsi di prevenzione e presa in carico. Questo lavoro si sviluppa attraverso una rete articolata di servizi sanitari e territoriali e tramite la collaborazione con il terzo settore, anche attraverso percorsi di coprogettazione e coprogrammazione. Le strategie di prevenzione vengono definite a partire dal Piano Regionale della Prevenzione e poi declinate a livello territoriale dalle ATS e dalle ASST, in raccordo con i piani sociali e i piani di zona dei Comuni».
Come le nuove tecnologie come chatbot, smartphone e social media possono diventare un possibile fattore di rischio per i giovani?
«Per molte persone che già soffrono di solitudine gli strumenti digitali possono diventare uno spazio in cui sfogare emozioni e frustrazioni. Lo abbiamo già visto con i social network, dove spesso il cosiddetto anonimato favorisce un linguaggio più aggressivo: i “leoni da tastiera” sono un esempio di come la distanza tra identità reale e identità digitale possa aumentare la violenza verbale. In questo contesto, anche l’intelligenza artificiale conversazionale può rappresentare un ulteriore fattore di rischio. Sempre più persone interagiscono con chatbot che simulano una conversazione umana, creando un rapporto che può apparire quasi paritario. Tuttavia sono già emersi casi in cui persone fragili hanno trovato in queste interazioni una sorta di conferma o giustificazione a pensieri estremi, anche legati al suicidio. Il punto centrale è che queste tecnologie sono sempre più capaci di imitare il comportamento umano, rendendo difficile distinguere tra una relazione reale e una simulata. Un ulteriore problema è che, al momento, regole e limiti non riescono a stare al passo con la velocità dello sviluppo tecnologico. Spesso il legislatore interviene solo dopo che emergono casi gravi e quando l’opinione pubblica prende piena consapevolezza dei rischi».
In Conclusione, quali sfide la Regione deve ancora fronteggiare?
«Sicuramente rimangono ancora delle sfide come quelle legate alla carenza di personale qualificato, quelle riguardanti la necessità di avere maggiori risorse che oggi sono ancora troppo scarse come per il 3% del fondo regionale e quelle legate al bisogno di avere più progetti territoriali, che non siano one shot ma diventino più omogenei e più standard tra i territori in una regione grande e complessa come la Lombardia con più di 10 milioni di abitanti. Ovviamente un obbiettivo importante è quello della necessità di anticipare i trend dove si vede un aumento della domanda da parte dei giovani, dovuto all’impatto dei nuovi mezzi di comunicazione come social media, intelligenza artificiale e dispositivi mobili».
