Salvini, l’americano sgradito a Roma

salvini meloni lodi
Matteo Salvini

di Massimo Lodi

Il movimentismo salviniano degli ultimi giorni, ancor più agitato del solito, è dovuto alla prossima scadenza leghista: congresso federale di Firenze, fra due settimane. Non che il segretario tema concorrenti: nessuno gl’insidia il posto. Ma teme rimproveri alla sua linea nazional-sovranista, giusto l’opposto di quella cara all’anima originaria del partito. E non solo: chiedere al veneto Zaia, ma pure al lombardo Romeo, cosa ne pensa. Dunque il leader si cautela, vuol dimostrare che le scelte di destra-destra pagano, tenta ogni possibile sorpasso sulla Meloni, s’accredita come il miglior italotrumpista, il miglior paciputiniano, il miglior visionario radical-conservatore.

Ne è sicuro: la strategia funzionerà. Conviene a Washington, conviene a Mosca, non importa che convenga a Bruxelles e Kiev. Del resto, Giorgia finora l’ha lasciato dire. E ha detto anche lei, in favore di lui: basti pensare alle parole su disarmo e Manifesto di Ventotene. Musica per le orecchie del Salvini d’ultima generazione. Perciò contestarlo diventa difficile, specialmente dopo l’ostentato chiacchiericcio telefonico col vicepresidente Usa Vance e l’annunciata visita in zona Casa Bianca. Un’esagerazione? Ecco, forse sì. Un’esagerazione, questo tentativo di sprint con la commander in chief del Paese, che non ha gradito l’irriconoscenza dopo essersi spesa a pro dell’alleato. E se l’esagerazione dovesse produrre effetti dopo il congresso del Carroccio, non ci sarebbe da meravigliarsi.

Ma quali effetti? Uno solo: ritoccare la squadra di governo, arrivati ormai a metà legislatura. E certo non sarebbe un maquillage a beneficio di Salvini, figuriamoci poi se gli riuscisse di beffare la Meloni (perché di beffa, istituzionale e grave, si tratterebbe) nella spedizione d’Oltreoceano. La benevolenza yankee non basterebbe a tutelarlo. Il fastidio fin qui sopportato da Chigi -mugugni diffusi tra i ministri, Crosetto first- diventerebbe risentimento, con le conseguenze del caso. Cioè: i rimpasti dell’esecutivo riservano sempre sorprese, in particolare a chi li provoca, sfidando l’ostilità degli altri partner della coalizione. Nella specifica vicenda, al Capitano che sgomita in politica estera attizzando il nervosismo di FdI e Forza Italia, espresso dalle gelide dichiarazioni di Tajani, verrebbe presentato il conto.

È perciò probabile: 1) che sia finita l’epoca della premier accomodante verso l’irrequieto socio di centrodestra; 2) che, su intervento del praticone Donald, innesti la retromarcia d’empatia filoleghista l’imprudente Vance; 3) che, avanti di questo passo, Salvini rischi d’uscire depotenziato di fatto dal congresso che lo potenzierà nella forma. Sono gl’imprevisti delle americanate a Roma, dove la politica alla carbonara l’insegnano, non la subiscono.

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