L’arresto di Mustafà, l’immigrato che “nel nome di Allah” ha terrorizzato per mesi un quartiere di Saronno prendendo di mira una incolpevole e inerme signora, pone all’attenzione, assieme alla mai risolta questione della sicurezza, l’efficienza (meglio sarebbe dire l’inefficienza) del sistema istituzionale di fronte a situazioni che meriterebbero interventi immediati, mirati e, appunto, risolutivi. Sono invece trascorsi mesi, fra allarmi e denunce, prima che le autorità si decidessero a disinnescare un pericolo incombente per la popolazione.
Problema conosciuto, affrontato a intermittenza senza la necessaria determinazione da chi ne aveva la responsabilità pubblica, ma lasciato lì. Finché la questione è stata rilanciata da una trasmissione televisiva, Fuori dal coro di Mario Giordano, e ripresa dai media, non soltanto quelli locali. Così il caso è esploso, e chi di dovere si è dato una mossa. Compresa la politica, che ora si prende meriti che forse non ha (sappiamo però come vanno certe faccende quando di mezzo ci sono i politici), la quale, sull’onda mediatica, si è attivata ai livelli più alti richiamando prefettura e questura ai loro doveri. E Mustafà, per ordine della magistratura, è stato “accompagnato” nell’unico posto che gli è oggi congeniale, il carcere.
Fino a quando ci resterà, non sappiamo dirlo: le norme sono molto lasche nei confronti dei delinquenti di piccolo cabotaggio, immigrati clandestini e violenti compresi, che pure popolano le nostre città e rappresentano un grande motivo di preoccupazione. Le leggi però le fanno, guarda caso, i politici, quelli che oggi reclamano rigore e, con motivazioni più o meno corrette e sincere, attaccano i magistrati che scarcerano chi dovrebbe rimanere “al fresco”. Come un gatto che si morde la coda, inutilmente.
L’obiettivo è lo scaricabarile. La sindaca di Saronno, lato piddino, reclama il fatto che non ha gli strumenti normativi e operativi per affrontare e risolvere certe faccende, come quella in questione. E addossa le responsabilità agli organi superiori. La Lega, ricordando che in una recente assemblea sulla sicurezza alla presenza del sottosegretario all’Interno Nicola Molteni aveva posto in luce la minaccia Mustafà, attacca l’amministrazione civica “incapace di affrontare per tempo e con convinzione il problema, così da risolverlo e evitare violenze foriere di paure collettive”. Per dirla in un altro modo, rigira la frittata in capo all’ultimo anello della catena, il Comune. E il ministero dell’Interno? Le soluzioni, è vero, non sono semplici. Non lo sono soprattutto sul versante delle espulsioni: per l’immigrato violento di Saronno c’è una sola via: il rimpatrio nel suo Paese, il Benin. Lui però ha richiesto lo stato di rifugiato politico, e qui si entra in un ginepraio normativo e procedurale dal quale non si esce. E per il quale si accendono ogni volta polemiche, scambi di accuse, giustificazioni assurde pro o contro, liti.
Quadro di riferimento ben noto anche in questi giorni per la disposizione di un tribunale che intima allo Stato di risarcire con 700 euro un immigrato sul quale pendono ben 23 condanne definitive. Un altro caso complesso, giocato anche in chiave propagandistica. Intanto il problema generale resta irrisolto, al punto che non ci sarebbe da meravigliarsi se domani, o magari già oggi, vedessimo Mustafà tornare al suo capanno saronnese, dove vive, a insultare, minacciare e spaventare chi gli passa accanto. Nel nome di Allah.
Arrestato l’immigrato violento che terrorizzava Saronno, è in carcere a Busto
