Se il maresciallo sostituisce il medico

sanità liste carabinieri

Ci salveranno i carabinieri. E non è una battuta. Perlomeno non lo è per la Regione Lombardia che, nel tentativo di risolvere il cronico e grave problema delle liste d’attesa negli ospedali pubblici e negli istituti accreditati, ha stipulato un accordo con i Nas, chiamati a vigilare sulle procedure, sugli intoppi e sugli eventuali inghippi che posticipano nel tempo visite, esami e ricoveri.

Una soluzione? A prima vista sembra l’ennesimo palliativo a una questione che si trascina, aggravandosi via via, da parecchi anni. Appunto, un tentativo rispetto a un contesto che richiederebbe una rivoluzione organizzativa che parta dagli organici di medici e paramedici, numericamente insufficienti a garantire una normale operatività sanitaria. Personale che, nel pubblico, non riceve contribuzioni adeguate alle responsabilità professionali a cui deve fare fronte. Per non parlare delle incombenze burocratiche che impediscono una attenzione a tempo pieno alle diagnosi e alle cure.

A questo proposito, al congresso annuale dei primari oncologici di Firenze è stata presentata un’indagine che evidenzia che il 40 per cento del lavoro è assorbito da attività amministrative delegabili ad altre figure, che però scarseggiano. “A pagare le conseguenze – è la conclusione – sono malati, familiari, medici e l’intero sistema sanitario”. Minacciato anche e soprattutto da una medicina territoriale tutt’altro che funzionale ed efficiente: a lanciare l’allarme sono proprio i medici di base, anche loro imprigionati da una burocrazia che, tra app, scartoffie, piattaforme digitali, sistemi elettronici spesso in tilt, documenti, ricette dematerializzate e quant’altro impedisce loro di fare il medico.

Quadro comunque parziale quanto significativo di una situazione complessiva che sembra senza via d’uscita. Anche per il dialogo tutt’altro che costruttivo tra le Regioni e il Governo. La testimonianza arriva dall’alto, dalla premier Giorgia Meloni che in Senato, nel corso del “premier time”, non ha avuto parole concilianti rispetto alle liste d’attesa, scaricando le colpe sulle Regioni. Testuale: “Sanità e liste d’attesa: qui devo fare io appello alle Regioni, noi ogni anno stanziamo delle risorse; non le gestiamo noi, le gestiscono le Regioni, ma la responsabilità per quello che riguarda voi è tutta del Governo, che ha fatto un decreto sulle liste attesa e ha chiesto di poter fare alcune cose, visto che la responsabilità secondo voi è sempre la nostra, potendo intervenire con poteri sostitutivi quando non si riesce a governare le liste d’attesa. Cerchiamo di dare una mano. Le Regioni non sono d’accordo ma almeno gli italiani sappiano che abbiamo queste difficoltà: altrimenti siamo solo quelli che devono stanziare i soldi e essere responsabili di quello che non funziona”.

Tranchant la risposta di Luca Zaia, presidente del Veneto: “No ai commissari, non siamo dei pirla”. Nessuno lo pensa, ma mentre la politica litiga, la sciura Maria che ha bisogno di una Tac urgente può aspettare sei mesi, un anno, un anno e mezzo. A meno che il maresciallo, quanto meno in Lombardia, si sostituisca al radiologo. Ma ci pare un tantinello improbabile.

Per ridurre le liste d’attesa negli ospedali, Regione Lombardia “chiama” i carabinieri

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