Si può usare la violenza contro la violenza?

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Mitica e simbolica foto di Robert Capa contro la violenza e le guerre

di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, nei giorni che seguono le esequie di Papa Francesco, forse proprio a seguito di questo avvenimento, una domanda mi ritorna alla mente. Mi piacerebbe affermare che è nata all’interno delle mie riflessioni ma in realtà non è vero. É diventata insistente dopo avere letto un ottimo articolo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 31 ottobre 2024. La domanda è terribile: “È lecito fare il male per vincere il male?” Naturalmente nel tempo molti si sono posti questo inquietante interrogativo ma non conosco coloro che sono riusciti a risolvere il dilemma con ragioni condivise. E poi male e bene sono definizioni valoriali che avrebbero bisogno di una declinazione un po’ più precisa.

Nel nostro pensiero politico il male è rappresentato da coloro che avversano la democrazia spesso con la violenza, a volte con la guerra. Gli esempi nel corso dei secoli sono numerosi. Quasi sempre la violenza è stata impiegata per affermare (con un pensiero molto largo) i diritti intesi dal pensiero “liberale” ed contenuti nella dichiarazione di indipendenza americana del 4 luglio 1776: il diritto alla vita, alla libertà e il diritto alla ricerca della felicità. Allargandomi un pochino ricordo John Stuart Mill. Nel suo Saggio sulla Libertà (Il Saggiatore, Milano 1981) scrive: “Il principio è che l’umanità è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà d’azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: …” Secondo questa visione appare lecito intervenire con le armi allo scopo di difendere il diritto alla libertà garantito da un governo democratico. E le democrazie hanno spesso provveduto alla loro difesa ed hanno anche aggredito con notevole durezza.

È facile citare la prima guerra moderna dell’Ottocento, la guerra civile americana (1861 – 1865). Quell’evento costituisce un nodo storico quanto mai attuale proprio ai nostri occhi moderni. Fu una strage impressionante: circa 700.000 morti su una popolazione complessiva di circa 22-25 milioni di abitanti, la più parte dei quali non prese parte alle iniziative militari. Lo schiavismo fu alla base del conflitto: la guerra in nome del diritto alla libertà della popolazione afroamericana. Forse. Ma di fatto il contrasto era di ben altra natura, ben più vasto.

Della Loggia annota ancora come anche in tempi recenti le nostre democrazie siano sopravvissute a seguito di enormi sacrifici di uomini e mezzi. Sembra facile ricordare la Seconda guerra mondiale che, quanto a carneficina, non è stata particolarmente lieve. Gli alleati bombardarono tutto quello che potevano al punto che si ricorda ancor oggi: “asfaltare Dresda”. Naturalmente non furono risparmiati i civili, uomini, donne, vecchi e bambini. Una vera strage. Fu necessaria? Appare evidente che era necessario distruggere il nazifascismo. Naturalmente annoto anche i disastri, gli eccidi, i crimini tragici che l’Armata Rossa commise sul suolo tedesco soprattutto sulla popolazione femminile.

Il 7 dicembre 1941 l’Impero giapponese attaccò la flotta americana alla fonda a Pearl Harbor. Circa 2.000 morti e più di 1.000 feriti. Circa sei mesi dopo il presidente Franklin Delano Roosevelt volle il bombardamento di Tokio, di fatto un obiettivo civile. Lo pretese per “rialzare il morale della nazione”. Il 18 aprile 1942, 80 volontari dell’esercito americano partirono per la missione consapevoli dell’alto rischio: la prima incursione aerea degli USA su suolo giapponese. Non mi pare che vi siano stati significative sottolineature circa le perdite civili considerate “inevitabili”. Poi Il 6 agosto del 1945 fu sganciata la prima bomba atomica della storia su Hiroshima e tre giorni dopo, il 9 agosto 1945, una seconda bomba su Nagasaki. Più di 200.000 morti immediatamente e poi un’enorme scia di lutti e sofferenze.

Scrive della Loggia: “Non ricordo che in tutti questi decenni ci sia stato mai nessuno nel grande campo della democrazia europea, nessun intellettuale importante, nessun partito, nessun esponente religioso che, su quanto accaduto allora, sull’atto di nascita di una storia che fino a prova contraria è la nostra storia, abbia avuto qualcosa da ridire…”.

Cambiamo scenario e arriviamo ai nostri giorni. Il 3 ottobre 2023 assistiamo inorriditi al pogrom perpetrato da Hamas in territorio israeliano. Macellazione fai da te di donne, vecchi e bambini, stupri e massacri “à la carte”, 250 ostaggi prelevati dalle loro abitazioni e portati nei tunnel di Gaza, filmati orrorifici distribuiti per consolare gli animi di alcuni musulmani. Il governo democratico di Israele dichiara guerra ad Hamas che dal 2005 ha organizzato depositi di armi, tunnel sotterranei per chilometri, un vero e proprio esercito addestrato. Iniziano i bombardamenti e le truppe d’Israele attaccano i terroristi dichiarati che vogliono la distruzione dello Stato ebraico “dal fiume al mare”. E allora si muovono gli animi e si accendono le anime belle. Quella violenza non è tollerabile. E l’autodifesa? Si, ma molti occidentali non comprendono più gli eccidi che la guerra provoca. Difendersi va bene ma con cautela, con moderazione, cercando di evitare gli “effetti collaterali”. Ricordo che solo l’efficiente difesa aerea Iron Dome ha evitato morti e devastazioni sul suolo israeliano.

Nell’Europa dell’est un autocrate che viene dalla politica della vecchia Unione Sovietica invade l’Ucraina con la scusa che la NATO “abbaia” ai confini. Dopo tre anni di guerra si contano un milione di morti e feriti. Massacri a non finire, fame e distruzione, bambini strappati dalle loro case e deportati altrove. Bombardamenti delle città, delle centrali elettriche, degli ospedali. La marea di fuoco scatenata sull’Ucraina, al di là delle aeree guerreggiate, appartiene alla volontà di Putin di terrorizzare la popolazione, di piegarne il morale. Ma di fronte a questa tragedia a me pare che la nostra sensibilità sia più cauta, più lieve, piena di distinguo.

Cari amici vicini e lontani, le guerre sono sempre disastrose e queste bestie mangia-uomini portano sempre morte e distruzione. E allora? Torniamo alla terribile domanda. Quando si può usare la violenza per combattere la violenza? La politica può o deve assumersi la terribile responsabilità morale di impiegare la violenza, magari la più tragica e distruttiva? E se sì, vi è una misura, un modello proporzionato? Sinceramente non conosco la risposta. Secondo Ernesto Galli della Loggia, il giudizio ultimo non appartiene a noi ma alla storia.

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