di Massimo Lodi
In quanti voteremo al referendum sulla giustizia? Scommettiamo in pochi, essendo in molti i distaccati dall’argomento. Basta leggere il quesito che troveremo sulla scheda: d’incomprensibile bizantinismo. E poi: riforma della giustizia? Precisazione: aggiustamento di regole dentro la magistratura, favorito dai tre partiti al comando della nazione. Le loro bandiere: premierato per Fratelli d’Italia, autonomia differenziata per la Lega, riforma della giustizia (eccoci) per Forza Italia. Il primo arriverà, se non nel modello istituzionale, di sicuro nella sostanza pratica. La seconda è arrivata con fatica, e incontra ostacoli a diventare operativa. La terza si spinge e si spera, dal versante post berlusconiano, che arrivi.
In un tale quadro, sembra come minimo esagerato -e come massimo strumentale- cambiare sette articoli della Costituzione quando bastava una legge ordinaria a intervenire su separazione delle carriere tra pm e giudici, nomina/sorteggio dei componenti del Csm dividendolo in due, istituzione di un’Alta corte disciplinare. Ovvio che, così impostata, la questione si sia volta da tecnica a politica. Hanno iniziato governo e destra a incolpare d’ogni guaio repubblicano le toghe, prendendo spunto da episodi di cronaca che zero c’entravano con la materia in discussione; gli sono andati dietro magistrati e sinistra, rispondendo tono su tono. Accenti, dalle due curve, talvolta inclini al grande schiamazzo e al basso livello. Raro assistere a una simile deriva propagandistica, pur nel Paese che non se n’è fatte mancare di sgradevoli/penose.
Visto il tema, era opportuno -a iniziativa dei promotori- un diverso svolgimento. Pacata dialettica parlamentare, testo finale concordato (almeno) in alcune sue parti, civile rivolgersi all’opinione pubblica spiegando la ratio del complesso argomento anziché buttare l’insieme in populistica caciara. Risultato: l’umor patrio s’esprimerà non in merito al dettaglio ics o ipsilon della domanda cui dovrà dir di sì o di no. E invece sull’apprezzamento o la critica al melonismo (a latere: ancora filotrumpista, ex filotrumpista? Mah). Del resto la premier stessa ha incoraggiato il contegno strong, personalizzando la sfida con un pirotecnico epilogo di urlato proselitismo. Il contrario d’una autorevole gravitas da inquilina di Chigi.
Riflessione banale: se tanto ci si tiene a vincere questa battaglia, significa reputarla il prodromo d’altro che seguirà. Per esempio: accelerazione verso una modifica della legge elettorale, puntando al proporzionale con premio di maggioranza; anticipo del ritorno alle urne previsto nel ’27, sfruttando l’impasse d’una sinistra perdente e ancora priva di riconosciuto leader; mira di ricevere dagl’italiani il mandato a disegnare un Parlamento a larga superiorità conservatrice-sovranista, rendendola capace di scegliere il nuovo presidente della Repubblica nel ’29, senza il bisogno d’aiuti esterni. Sarebbe la realizzazione del sogno d’un premierato spurio conseguito tramite un presidenzialismo virtuale. E tuttavia fattualissimo. Il che spiega, con ruvida semplicità, l’importanza generale dell’opinione specifica che ci vien chiesta oggi in funzione di domani
