“Alla fine dovremmo essere grati a Lavitola: forse ci è andata bene, potevamo anche ritrovarci Ranucci premier”. Scherza, ma neanche tanto, Antonio Polito, autorevole editorialista del Corriere della Sera, a chiosa del suo intervento sull’incredibile vicenda della bomba indirizzata a Sigfrido Ranucci su mandato del faccendiere Valter Lavitola, che ha confessato. Movente: dare più visibilità al conduttore di Report, così da lanciarlo alle prossime elezioni e, in futuro, candidarlo a Palazzo Chigi. Non solo: fare in modo che gli fosse assegnata una scorta con più agenti per proteggerlo dalle minacce di morte.
Pare che Ranucci, seppure amico, anzi, amicone del suo (pessimo) mentore, non immaginasse nemmeno un simile progetto. Fosse vero, e non c’è ragione di credere che non lo fosse, rimane da capire cosa sia passato per la testa di Lavitola, quale sia il suo vero scopo e se, per caso, esista il mandante del mandante. Di più, c’è da capire come è stato possibile che un giornalista d’inchiesta, il più temuto dal potere, autore di servizi televisivi eclatanti a discapito della cosiddetta casta, sia caduto nel trappolone e se, a questo punto, goda ancora della necessaria credibilità professionale.
Noi umili scriba di provincia abbiamo molto da imparare dal lavoro, spesso meritorio in altri casi un po’ meno, di Ranucci. Ha affrontato casi spinosi, che l’hanno esposto alle più pesanti contrapposizioni. Ha raccontato vicende che altrimenti sarebbero passate sotto traccia, facendo incazzare a morte chi conta nel nostro Paese, ha dato fastidio. Per realizzare tutto ciò ha dovuto armarsi di una corazza giornalistica capace di respingere gli attacchi, per poi cedere, seppure inconsapevolmente, alle scelleratezze di un personaggio, per altro già passato per trascorse vicende giudiziarie (ricordiamo la tentata estorsione a Berlusconi), che ha ordito trame tanto pericolose quanto improbabili e, appunto, scellerate.
Qui crolla il mito, svanisce l’immagine del giornalista duro e puro, incorruttibile e, soprattutto, libero. Qui è messa in discussione la sua affidabilità e la stessa credibilità della trasmissione che firma settimanalmente su Rai 3. Fino a prova contraria, Ranucci è una vittima. Paga però l’ingenuità che, per uno della sua stoffa professionale, dovrebbe essere l’ultima delle caratteristiche personali, non dovrebbe proprio esistere. Paga forse la vanità di trasformare la carriera di giornalista in carriera politica: ignaro della bomba, con Lavitola aveva ipotizzato la discesa in campo magari a capo del campo largo. Anzi, aveva contribuito a preparare un sondaggio sulla sua popolarità. Mah.
Adesso c’è chi chiede la sua sospensione dalla Rai, quasi a presentare il conto per le sue trasmissioni di denuncia. Una sorta di “chi la fa, l’aspetti” che, comunque vada a finire questa storia, rientra nelle logiche ritorsive della nostra politica. Nel frattempo, Valter Lavitola è in carcere, in un interrogatorio di cinque ore ha spiegato al Gip cosa l’abbia convinto a scatenare i bombaroli: al giudice ha raccontato una nuova verità. E Sigfrido Ranucci pubblica un post su Facebook in cui sembra voler paragonarsi a Moro e Falcone: “La voce che spaventa. Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza”. Di più: “Muoiono tutti nello stesso identico modo , non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta».
Il caldo torrido di questo mese d’agosto sicuramente non aiuta.
ranucci lavitola bomba – MALPENSA24
