Sovranismo all’amatriciana

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Matteo Salvini e Claudio Borghi contro il presidente Mattarella

di Massimo Lodi

Cosa non si propaganda per raccattare qualche voto elettorale. Se poi davvero lo si raccatterà, o se invece le parole fuggite verso una strabiliante disputa si riveleranno deleterie anziché utili. Il senatore della Lega Claudio Borghi coglie l’occasione del 2 giugno, unificante -almeno quella- di un Paese in perenne divisione, per attaccare il presidente della Repubblica. Estrapola un suo pensiero sulla sovranità dell’Europa imputandogli d’avervi sottomesso la sovranità italiana. E se è così, chiosa Borghi, Mattarella ne tragga le conseguenze: si dimetta.

Non è così. La nota quirinalizia sta semplicemente a indicare l’opportunità d’un rafforzamento dell’Europa nella sfida planetaria che l’aspetta: più coesione, più mezzi in comune, più istituzioni consolidate, più innovazioni a cominciare da difesa e sicurezza. Nulla che intacchi l’italianità, tutto che ne favorisca la tutela. Ma Borghi pensa al boccone elettorale ghiotto e tale ne fa, stravolgendola, l’esternazione del Presidente. Salvini, segretario politico di Borghi e soprattutto vicepremier e ministro, condivide il dubbio/l’invito del suo militante. Avrebbe potuto archiviare la vicenda dichiarando: ha sbagliato. Fa il contrario. E così, ecco istituzione contro istituzione nel giorno in cui si celebra l’armonia sacrale delle istituzioni.

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Massimo Lodi

Un match in cui a perdere è il senso dello Stato. Non quello di Mattarella. Quello di Salvini. Che dovrebbe essere il primo, vista la virata leghista dall’indipendentismo (ex secessione) al nazionalismo, a celebrare il momento dell’unità tricolore. In più: quando Salvini giurò nelle mani di Mattarella, fece propri i capisaldi che reggono la Repubblica attraverso la Carta costituzionale, le leggi, i vari accordi e trattati fra i quali l’adesione all’Ue con relative norme e obblighi. Ergo: se la pensa come ha enunciato domenica scorsa, o non doveva giurare allora o deve dimettersi oggi. Lui. Non l’inquilino del Colle.

Un eccesso che gli costa il rimprovero dichiarato degli alleati (Tajani e Lupi), e causa forte imbarazzo nella premier. Difatti lo ha sollecitato a correggersi, e ora Salvini deve arrampicarsi sugli specchi. Ne valeva la pena? Non ne valeva la pena. Sono quelle sortite che, raccontano voci romane, van persuadendo Giancarlo Giorgetti a lasciare il Mef, alla prima occasione utile. Un posto in Europa (a proposito della bistrattata Europa) e tanti saluti alla compagnia di Chigi. Se la vedano loro, con le spericolate gare di sovranismo all’amatriciana.

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