Stragi, depistaggi, inchieste: i soliti sospetti

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45 anni fa l'abbattimento del DC9 dell'Itavia a Ustica: uno dei tanti misteri italiani

Sono 45 anni dalla strage di Ustica,  il DC9 dell’Itavia, in volo da Bologna a Palermo, abbattuto in circostanze mai chiarite (81 le vittime) che, a decenni di distanza, rimane iscritto nell’elenco dei cosiddetti “misteri d’Italia”, una lunga scia di attentati, delitti, complotti, rapimenti e tentativi di colpi di Stato che fanno parte della storia del nostro Paese e attorno ai quali non è mai stata accertata, perlomeno in modo compiuto, la verità. Se n’è parlato e se ne parlerà chissà ancora per quanto, senza che si arrivi – anche perché non c’è la volontà di arrivarci – ad alzare il velo sull’incredibile intreccio di episodi (basti per tutti  l’assassinio di Aldo Moro) che nel secondo Dopoguerra hanno intorbidito la vita politica e sociale italiana.

La strage di Ustica è uno di questi inquietanti fatti che hanno tenuto banco ad ogni livello e riempito le cronache. Sulle possibili cause s’è discusso a lungo, dalla battaglia aerea di velivoli militari francesi e americani con un Mig libico, alla bomba nascosta nella cabina del DC9: di tutto e di più. Con qualche sprazzo di luce e molte, troppe opacità. Fino ai nostri giorni, fino al 27 giugno 2025, anniversario del disastro, senza che sia stato possibile mettere la parola fine alla terribile vicenda. Una delle tante, dicevamo, che ricorrono periodicamente e danno modo di riaprire avvenimenti datati quanto paradossalmente sempre attuali. Un vizio, una consuetudine, una caratteristica, una negatività irrisolta da sempre.

A riprova di come persista il “senza fine” attorno agli accadimenti più eclatanti di allarme sociale, grandi o piccoli che siano, sono di questi giorni le perquisizioni ordinate dalla procura di Caltanisetta nelle abitazioni dell’ex procuratore Giovanni Tinebra, scomparso nel 2017. L’obiettivo è quello di trovare elementi utili per l’indagine sui depistaggi successivi alla strage di via D’Amelio a Palermo, nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. 19 luglio 1992-giugno 2025, anni di fumisterie, di chiacchiere, accuse e smentite, di indagati e di persone prosciolte, alla ricerca della famosa “agenda rossa” di Borsellino, mai trovata. Ora la ricomparsa in campo di Tinebra, sospettato di appartenere a una loggia massonica coperta e, in qualche modo, di aver partecipato, lui responsabile delle indagini immediamente dopo l’attentato, ai depistaggi. Tutto da accertare, ma a più di trent’anni dopo. Con quali possibili sbocchi?

Intanto il tempo scorre, per Ustica, per via D’Amelio, per le stragi a cominciare da piazza Fontana, per gli omicidi delle Brigate Rosse, per il magma della destra eversiva e per i gruppi dell’estrema sinistra, per i servizi segreti deviati, per tutto quanto compone l’universo di indeterminatezze giudiziarie, di mezze verità, di bugie e inchieste eterodirette chissà da chi. Fino all’omicidio di

Chiara Poggi a Garlasco: con le “stragi di Stato” non c’entra, per carità, ma è l’uteriore testimonianza di come siano impostati i casi giudiziari, anche quelli ritenuti minori, nel nostro Paese. Mai una certezza, soltanto dubbi a quasi vent’anni dall’uccisione della povera Chiara e nuovi, clamorosi, mediatici accertamenti in corso. Soltanto colpa della magistratura che non fa bene il suo lavoro? Non abbiamo risposte, se non sospetti, i soliti sospetti, che ci sia molto che non funzioni nel sistema giudiziario, politico e sociale. Ma anche qui, con la concreta possibilità che non lo sapremo mai.

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