Ci sono momenti in cui la vita svolta, inaspettatamente. Succede a Manuela Maffioli, assessore della Lega a Busto Arsizio più volte messa in difficoltà da fuoco amico nonostante (o proprio per questo) abbia vasto consenso popolare nella sua città dove gestisce con riconosciuto successo la cultura. Succede, fatte le debite proporzioni, a Giorgia Meloni, premier colpita dalla scossa referendaria e ora costretta a curare le ferite politiche e d’immagine.
Maffioli, in partenza per Montecitorio, meta insperata fin dalla sua candidatura alle elezioni del ’22 con zero possibilità di farcela, ora in procinto di sostituire nientemeno che lo scomparso Umberto Bossi. Meloni, alle prese con le conseguenze del referendum costituzionale per il quale si era spesa in prima persona con l’obiettivo di rafforzare il suo esecutivo e di fare strame delle opposizioni. E’ andata come sappiamo, a dispetto delle pur legittime speranze, sostenute da una diffusa sicumera, del centrodestra.
“Meloni era abituata troppo bene” scrive Ferruccio De Bortoli sul Corriere a conferma dell’inaspettata svolta, in questo caso negativa, del percorso politico della premier. Qui vorremmo soffermarci, attorno alla bufera che ha investito il governo, sui passi falsi compiuti nelle scorse settimane, sullo straparlare (ci sono dentro tutti, a destra come a sinistra) attorno a una questione – la separazione delle carriere dei magistrati – essenzialmente tecnica trasformata in una verifica politica, pro o contro.
Dicono che Giorgia Meloni sia una furia. Sue parole: “Da oggi non copro più nessuno, chi sbaglia paga”. Comprendiamo: i “licenziamenti” del sottosegretario Andrea Delmastro e della capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, confermano il burrascoso clima. Aggravato dalla imbarazzante e incredibile vicenda delle dimissioni richieste alla ministra Daniela Santaché che, prima di lasciare, ha fatto i capricci, ha puntato i piedi per non mollare l’ufficio. Un caso che non farà bene né a Giorgia Meloni né al governo né a Fratelli d’Italia né alla coalizione.
L’urgenza di fare pulizia all’indomani della scoppola referendaria è funzionale alla navigazione prossima ventura dell’esecutivo, con vista sulle elezioni del 2027. Appuntamento a cui bisognerà arrivare con le scorie del referendum e le relative zavorre definitivamente cancellate. Il punto è però capire come mai si è aspettato l’esito delle urne per intervenire. Delmastro, Bartolozzi e Santanché sono nomi più o meno impresentabili sulla scena pubblica già da tempo: qual è il motivo per il quale si è sempre lasciato correre? I maligni, e non soltanto loro, sostengono che la convinzione a centrodestra del sicuro successo domenica 22 e lunedì 23 marzo avrebbe funzionato da ammortizzatore per tutte le macchie istituzionali e giudiziarie dentro la coalizione. Se così fosse, sarebbe il segnale di un’arroganza politica davvero intollerabile. Se così fosse, ma vogliamo credere che sia appunto una malignità per colpire una presidente del Consiglio “abituata troppo bene”. Fino alla svolta di un voto che pensava essere scontato.
