Alla guerra come alla guerra. Alla politica come alla politica. Perlomeno per coloro i quali non intendono soccombere alle circostanze per riapparire con altre identità, vere o presunte che siano, pur di non mollare il campo di battaglia, in questo caso la scena politica locale. Parliamo di ciò che rimane del gruppo che nel secondo decennio del Duemila tenne banco a Varese e in provincia, Agorà. Correntone interno a Forza Italia al comando di un colonnello, chiamato il mullah, che corrispondeva al nome di Nino Caianiello. Finito nel girone infernale della giustizia per un ipotizzato, ma neanche tanto, malaffare, che in un certo qualmodo faceva comodo a molti.
Caianiello che, pagato il suo debito giudiziario anche con il carcere, ha sempre spergiurato di restare lontano dai maneggi politici di un tempo, che l’hanno visto protagonista di complicate mediazioni, tese riunioni, piccole o grandi vendette di partito, accentratore di un potere riconosciuto da amici e avversari: alla sua tavola (politica) si sono seduti in tanti, di destra, di centro, di sinistra. Per poi dileguarsi al primo stormir di fronde delle procure. Figurarsi.
Ora rieccolo qui, il mullah, che in una intervista smielata ribadisce il concetto, si chiama fuori, dispensa giudizi entusiastici sul sindaco di Busto e sul presidente della Provincia, minimizza le accuse di corruzione che gli furono contestate, sostiene che il patteggiamento (a quasi cinque anni) fu una scelta di vita e puntualizza che le recenti assoluzioni delle decine di imputati chiamati in causa in scia all’inchiesta Mensa dei poveri “sono anche un po’ sue”. Che significa? Ciò che si capisce, e ciò che vuol fare capire. Magari un messaggio ai berlusconiani che, vista la malaparata, gli avevano voltato le spalle.
Difficile credere che non voglia più occuparsi di politica. “Al massimo do consigli”. Certo, da dietro le quinte, il che vuol dire che la regia di qualunque operazione politica rimane nelle mani di chi formalizza l’idea e stimola l’azione. Che nel caso in questione (il raduno al Volo a Vela sul lago di Varese) corrisponde a un progetto fin troppo chiaro nei suoi obiettivi: sfruttare l’Udc (ma c’è ancora l’Udc?) come un taxi, per poi planare come falchetti sulle amministrative, a Varese città e altrove dove sarà possibile. Liste autonome, magari con un solido candidato sindaco; obiettivo ultimo: una minima percentuale di consensi sufficiente per aprire contrattazioni all’eventuale ballottaggio. Tutto nella tipica strategia di un colonnello che se non avesse esagerato con le decime, avrebbe messo tutti nel sacco.
Il fatto che si usi addirittura il simbolo scudocrociato per attivare l’attacco (sempre e soltanto politico) per loro non è molto importante, certe marginalità ideologiche, di coerenza nelle idee socialiste e forziste del passato, oggi lasciano il tempo che trovano. Non si può stare a guardare tutto. Come molti di coloro che hanno partecipato alla conviviale del Volo a Vela: perché erano lì? “Siamo stati invitati”. Anche Marco Magrini, proteiforme capo di Villa Recalcati. Anche qualcuno, più di uno, uscito dai recessi di vecchie amministrazioni o rispuntati dagli angoli bui di partiti che non li considerano più. Roba da far accapponare la pelle a chi crede ancora nella serietà e nel rigore di azioni e pensieri. Ma alle porte ci sono le elezioni, stai a vedere che dagli ex di Agorà, riabilitati dal tempo e dall’oblio giudiziario della famosa inchiesta, si può raccattare uno strapuntino, o chissà cosa. A suo modo, una genialata in funzione del “tutto fa brodo”; ma anche una testimonianza di come la dignità e la coerenza dei Moro, dei Berlinguer, degli Almirante, per citarne alcuni, siano oggi vilipese, calpestate, offese.
A Varese la nuova Udc come l’Arca di Noè: tutti alla corte del mullah. Anche Magrini
