Tutta l’Italia, ma sono solo canzonette

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E’ cominciato. Ce lo porteremo appresso fino a sabato sera, ma più facilmente fino alle ore antelucane di domenica 16, quando sarà proclamato il vincitore. Santo Sanremo. Per chi ne è coinvolto per passione o per curiosità, ma anche per coloro che se ne disinteressano per snobismo o perché, davvero, risulta loro indigesta l’Italia della canzonetta. “Tutta l’Italia, tutta l’Italia” ripete fino alla sfinimento il jingle di Gary Ponte, nuovo inno della kermesse sanremese, riproposto ad ogni stacco pubblicitario (un’infinità) durante la diretta tv dall’Ariston. “Viene voglia di sparare al televisore” provoca Vittorio Feltri. “Sembra una festa aziendale” taglia corto Aldo Grasso. Polemici per partito preso? Ma neanche, tutti e due, Feltri e Grasso, sentenziano dall’alto della loro autorevolezza giornalistica e culturale, incalzano, demoliscono, commentano. E forse, prendendola da un certo punto di vista, non hanno nemmeno torto.

Il loro punta di vista, che evidentemente non è quello di milioni di connazionali che a Sanremo riservano la massima attenzione, magari criticano, ma lo guardano. Sfidano il “cala la palpebra” essendo, all’indomani, attesi in ufficio, a scuola, in fabbrica; danno i voti e, appassionandosi, dimenticano il resto che gira loro attorno. Anche se la sorpresa del videomessaggio di Papa Francesco e la partecipazione di Noa e Mira Awad, con l’emozionante interpretazione di Imagine, hanno riproposto il tema mondiale della pace. Momenti intensi, che in qualche modo hanno cancellato la sensazione che il festival fosse diventato l’occasione per una grande, enorme “distrazione di massa”. E siamo soltanto alla prima serata. Dove è esplosa l’energia di Jovanotti che, piaccia o no, ha sovrastato con le sue canzoni molte di quelle in gara.

Già, le canzoni. E’ il “core business” della manifestazione, giunta alla 75esima edizione. Quest’anno mix tra tradizione melodica e offerta per i giovani. Certo, le nuove generazioni, che non sanno chi era Guccini ma vanno matti per Bresh o Tony Effe: chiediamo scusa ma, da buoni boomer, siamo rimasti, appunto, al grande Francesco, a Dalla, De Gregori, Battisti, De Andrè (ah, il Faber!). Un po’ poco, direte voi. Anzi, proprio niente in fatto musicale: il settore si è evoluto, eccome. Però vorremmo esserci tra mezzo secolo per scoprire quali motivi presentati ieri sera a Sanremo saranno ancora diffusi. Siamo anziani, accusateci pure, ma era il 1971 quando, per dirne una , Lucio cantava all’Ariston 4 marzo 1943, più di cinquant’anni fa, mica pizza e fichi: va di moda ancora oggi. Altro che Fedez.

Sbagliatissimo pontificare in questo senso. Sanremo è Sanremo: proviamo a rifugiarci nello slogan baudiano di qualche anno fa. Appuntamento così importante che la Rai (finché le sarà concesso, dopo che il Comune dovrà mettere a gara il festival  per decisione del Tar) comincia a lanciarlo a pezzettini qualche mese prima, strizzandoci gli zebedei in tutti i Tg: un giorno il nome del conduttore, un altro quello dell’ospite, un altro ancora quello del primo gruppo di cantanti e, via così per settimane. Finchè, finalmente, arriva la sera della “prima”. Ma siamo già sazi e, quindi, stufi. Al punto che, come per Vittorio Feltri, viene voglia di sparare al televisore. Dopo tutto, per dare voce a Edoardo Bennato, quelle di Sanremo, oggi sono solo canzonette.

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