VARESE – «È una sfida che ho raccolto grazie a tuo padre. Adulis è un luogo ricco di stratificazioni importanti già solo tra colonialismo e decolonizzazione: ho cercato di portare lo sguardo di un narratore che cerca di raccontare tutto questo»: così il regista Nicolò Bongiorno ha parlato, ieri, venerdì 5 settembre, a Marco Castiglioni, direttore artistico di Varese Archeofilm del teaser del suo prossimo documentario, proiettato durante la serata, dedicato al sito in archeologico in Eritrea. Un’opera, quella del già vincitore dell’edizione 2021 del festival con “Songs of the water spirits”, «come sempre multilivello» che ha mostrato lo stato degli scavi svolti sotto la direzione di Serena Massa, anche lei ospite della Sala Montanari.
Una conferma dalle tombe dei faraoni
Come ha spiegato Castiglioni, conduttore dell’incontro insieme alla giornalista Giulia Pruneti, «Massa ha preso in eredità quella che è stata l’ultima scommessa di mio padre e mio zio guidando una squadra che riunisce quattro università nell’ambito di un progetto di cooperazione Italia-Eritrea che interessa una città sepolta di quaranta ettari famosa soprattutto nella fase più recente della sua storia».
Come ha spiegato la direttrice scientifica del Museo Castiglioni, «nel mese dell’ultima campagna sono state ritrovate delle sepolture: la speranza è di poter dare confermare definitivamente quello che era il sogno di Angelo e Alfredo, che quella fosse un tempo la favolosa “Terra di Punt”, “terra di dei e di meraviglie” che gli scienziati concordano nel collocare nell’area del Corno d’Africa.
Una prova sarebbe già giunta dalle mummie di babbuini rivenute nelle tombe dei faraoni: si tratta di un animale che non si trova in Egitto e che invece oggi è ancora facile incontrare nelle montagne retrostanti Adulis, provenienza avvalorata dalle ultime analisi multidisciplinari eseguite sulle mummie».
L’ambiente e gli animali in ogni insegnamento
Ospiti del festival sono state anche la filmmaker varesina Annalisa Losacco e sua nipote Giulia Pinto, autrici di “Una scuola nella savana”, documentario proiettato in “super anteprima” (sarà trasmesso su Rai 3 Geo) sulla Wild Kids Academy di Laura Erculei in Namibia. Passando da un soggiorno tra i Boscimani e un cacciatore di serpenti alle prese con un boomslang annidato su un albero alla visita in battello al coccodrillo e ai mattoni creati con la carta, l’istituto – ogni suo insegnamento è in qualche modo connesso all’ambiente e agli animali – si propone di cambiare mentalità, e approccio conseguente, degli alunni riguardo alla natura e a questioni come la deforestazione. Tutti gli obiettivi a raggiunti breve termine concorrono nel creare una futura generazione di adulti che abbiano una piena consapevolezza dell’ambiente e la capacità di prevenire ciò che potrebbe minacciarlo.
«Conoscevamo già Laura per “Un amore chiamato Africa”- ha ricordato Losacco, che ha firmato anche “La città giardino” con Eugenio Manghi – all’epoca però i bambini erano ancora piccoli. Quando sono poi cresciuti si è inventata questo tipo di scuola che, partita da una sola persona, è ora fatta da un’intera comunità. L’ispirazione a documentare è giunta dopo aver visto su Tg2 Dossier la condizione drammatica in cui viveva il popolo dei Boscimani tra ristrettezze e i vincoli imposti da leggi come quelle sulle licenze di caccia, che li hanno messi a terra: si tratta di una questione di conservazione culturale perché la loro cultura è un museo, un passato ancora vivente.
E certamente mi ha colpito lo stupore dei bambini ogni volta che imparavano cose nuove». Vivere un’Africa completamente diversa da quella raccontata nei canali normali è stata «un’esperienza molto forte» per Pinto, seconda unità di ripresa che ha iniziato a diciassette anni ad assistere Losacco. Oggi data analysts, ha parlato di «vite parallele» nel cercare di affiancare al lavoro la collaborazione ai prossimi progetti della zia.
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