Miti fondanti del Mediterraneo, Varese Archeofilm festival «maturo e sentito»

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VARESE – È un festival ormai «maturo e sentito» quello a cui ha dato il via ieri, mercoledì 4 settembre, Marco Castiglioni, direttore dell’omonimo museo, dal palco di un’affollata Sala Montanari insieme a Giulia Pruneti, giornalista di Archeologia Viva, per la settima edizione di Varese Archeofilm. La prima serata dell’appuntamento ha visto il “peso massimo” “Franco Mezzena – L’archeologia raccontata con il sorriso”, vincitore di Firenze Archeofilm 2024, in competizione con i documentari sulla preistoria recente delle popolazioni del Nilo Bianco e sull’impresa dei sabotatori norvegesi che nella Seconda Guerra Mondiale impedirono a Hitler di mettere a punto una bomba atomica.

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Una linea di continuità con le mostre

Come ha osservato l’assessore Enzo Laforgia riguardo alla rassegna cinematografica, nata come costola di Firenze Archeofilm e parte a sua volta di una rete di festival, «è sempre più integrata nel sistema culturale di Varese. Lo dimostrano i legami con le mostre “Incontri di mondi lontani”, in corso a Villa Mirabello, e “Img2img – Pittura, copia e intelligenza artificiale” appena terminata al Castello di Masnago, di Andrea “Ravo” Mattoni. Una linea di continuità tra eventi diversi, che fa bene alla città».
«Mi è sembrato giusto invitare Ravo – ha aggiunto Castiglioni – non solo perché tra le proposte di quest’anno ce n’è una sulla street art, ma anche per coinvolgere i giovani». Tra i presenti in sala c’era anche Massimo Palazzi, ex assessore alla Cultura di Gallarate nonché presidente del Museo degli Studi Patri, appena tornato dal campo base sul K2.

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I guerrieri nati seminando denti

Protagonista della prima proiezione l’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans ad Aosta, con la guida d’eccezione di Franco Mezzena che diede uno straordinario contributo all’archeologia estendendo nel 1969 i relativi scavi. Nelle sue parole si intrecciano i miti, a partire dalla semina dei denti nelle storie di Cadmo e Giasone, in realtà un antico rituale di fondazione. La loro trasformazione in guerrieri che emergevano dalla terra è, secondo Mezzeni, un racconto che richiama l’aspetto delle steli antropomorfe che si possono incontrare tanto nella zone di Sion, in Svizzera, quanto in Lunigiana o in Sardegna. Opere che raffiguravano divinità arcaiche, pre-greche, poi trasformate e fatte proprie dai popoli del Mediterraneo e dell’Europa continentale. “Un pantheon già strutturato cinquemila anni fa”, in cui le Colonne d’Ercole altro non sarebbero che menhir posti dal loro stesso costruttore Eracle che con i suo viaggi, così come gli Argonauti, percorse da un estremo all’altro il bacino.

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Il ricordo di Angelo e Alfredo: «Un entusiasmo tale da superare ogni problema»

«Era un mondo certamente meno immobile di quanto si possa immaginare – ha spiegato Lanfredo Castelletti, archeologo e archeobotanico, direttore dei Musei civici di Como nonché fondatore del laboratorio di Archeobiologia della città lacuale – ma in cui il progresso tecnologico procedeva in modo più lento, per invenzioni particolarissime. Per tappe, “a balzi”, dando vita a quella che, prima dell’ultima era glaciale che tredicimila anni fa la disperse, era una civiltà di alto livello». Saint-Martin-de-Corléans era un tema cruciale per gli esami universitari: «Non si poteva ignorare», ha raccontato Barbara Cermesoni, conservatrice dei Musei Civici di Varese che ha sottolineato «l’importantissimo aiuto» dato, negli ultimi decenni, dalle scienze agli studi archeologici, come nel caso delle datazioni radioscientifiche o delle analisi farmacologiche; o ancora del peso dell’etnografia, con «lo studio del gesto come unico modo per comprendere come funzionavano le cose». Nel corso dell’intervista con gli ospiti condotta da Castiglioni un pensiero è andato ad Angelo e Alfredo Castiglioni: «Così come Maurizio Tosi o Daniele Vitali – l’amico Castelletti ha ricordato la loro preparazione in materia unita alla capacità di gestione – erano personaggi straordinari, che sono riusciti a creare dal nulla un’archeologia approfondita lavorando in condizioni avverse. Come ad esempio in zone di guerra, dove era difficile operare: eppure il loro entusiasmo era tale da superare ogni problema».

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Africa umida e i ghiaccio dell’altopiano Hardangervidda

A suggellare le parole di Cermesoni il documentario “Pescatori-cacciatori-raccoglitori: abitanti del Nilo Bianco nella preistoria recente” ha quindi illustrato i risultati ottenuti, anche attraverso lo studio degli isotopi, ad Al-Khiday in Sudan, sito dove nel corso del periodo umido africano (Ahp, African Humida Period) prosperava la vegetazione e ed era possibile cacciare animali selvatici.
A concludere la serata “Hardangerfolk”, documentario sull’impresa che a ottant’anni di distanza ha voluto ricordare e celebrare il coraggio dei sabotatori che nel 1943 sfidando vento, ghiaccio e temperature abbondantemente sotto zero fecero saltare in aria lo stabilimento dove i nazisti stavano sintetizzando i materiali per creare una bomba atomica. “Fa paura essere in una tempesta sull’Hardangervidda” ma, se è necessario “prendersi cura” della libertà, “è incredibile quanto si possa andare lontano quando si vuole e si deve”.

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Apre Varese Archeofilm: focus su megaliti, Egitto e Seconda Guerra Mondiale

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