VARESE – «In questi trentacinque anni me ne sono state dette tante di cose. In particolare che ero un cantante arrabbiato. Ma a volte la rabbia è un’emozione positiva, il motore che ti aiuta a migliorare una situazione difficile, magari quando sei ragazzo. È il fuoco che non ti fa mai mollare, né arrenderti anche quando ti ritrovi senza speranza. Ma c’è una cosa che non si deve mai accettare: che diventi violenza». Così Marco Masini ha introdotto ieri, giovedì 13 ottobre, “Principessa” scatenando i cori di un pubblico entusiasta che a Varese ha affollato l’intero Teatro Intred, per proseguire con “L’uomo volante”, brano con cui si aggiudicò la vittoria al Festival di Sanremo nel 2004.
Invasione sotto il palco per “T’innamorerai”
Dopo un’apertura affidata a pezzi più recenti – “Allora ciao”, “Leggero”, “Spostato di un secondo” – è stata “Ti vorrei” la prima incursione tra i classici, trovando immediata risposta nei potenti cori di tutta la sala – con invasione più tardi, per “T’innamorerai”, dello spazio sotto il palco – culminati nel finale con la serie “Bella stronza”, “Vaffanculo” (già intonata dagli spettatori per richiamare in scena l’artista toscano per il bis) e, solo voce e piano, la “Ci vorrebbe il mare” degli esordi scelta come nome per il tour. «Questo viaggio – ha osservato il cantante – mi fa tornare emozioni dal passato. Sono passati trentacinque anni, sembrano pochi ma sono tanti e qui c’è qualcuno che mi segue dal 1990: con voi ci sono proprio nato».
Giancarlo
Il concerto è stato l’occasione per ripercorrere anche le vicende dietro alcune canzoni, come nel caso di “Caro babbo”: «Mio papà, anzi, il mio babbo, si chiamava Giancarlo. Da giovane sei portato a ribellarti a ogni autorità e con lui per molto tempo non ci siamo capiti. Poi avvenne l’incontro, fondamentale, con un grande produttore, Bigazzi, che portava il suo stesso nome. Fu lui che, oltre a occuparsi di me per la musica, mi aiutò a capire. E ora vorrei scrivere a entrambi un lettera con la stessa intestazione, “Caro Giancarlo…”». Può poi succedere di «vedere per strada una scena che non ti va più via dalla testa, come due anziani innamorati che si guardano ancora come la prima volta: storie che a volte mi è capitato di raccontare», come in “Due fidanzati degli anni 30”.
“Le ragazze serie” e il dubbio
Non sono mancati momenti di ironia, come quando Masini ha accennato “Le ragazze serie” per poi interrompersi di colpo: «Ragazzi, non la facciamo questa. Negli ultimi anni mi hanno fatto venire un dubbio: non sarà mica sessista questo pezzo?». All’incasso di un «no» corale da parte del Teatro, oltre al brano in questione è arrivato il medley di “La libertà”, “Perché lo fai” e “Malinconoia” al piano dove poco prima aveva cantato “Vecchio Frankenstein” accompagnato da fisarmonica e ukulele.
E prima ancora “Io ti volevo”: «Certe cose si raggiungono quando meno te lo aspetti, non è mai troppo tardi. Per esempio, per stabilire il record mondiale dei cento metri, il fisico ce l’ho», ha scherzato. «Ma se mi venisse una sfrenata passione per la danza e volessi diventare il primo ballerino della Scala, Roberto Bolle mi direbbe di sicuro: “È troppo tardi”. Così in amore capisci i tuoi errori, come dovevi comportarti, quando la storia è finita. Secondo me chi ha inventato il detto “non è mai troppo tardi” non si è mai innamorato».
Il regalo più bello
Tra “Che giorno è”, “Cenerentola innamorata”, “Dal buio”, “Cuccioli”, “Disperato e “Il Niente” è giunto il momento dei ringraziamenti alla band, formata da Antonio Iammarino, Cesare Chiodo, Lapo Consortini, Stefano Cerisoli, Alessandro Magnalasche, Massimiliano Agati, Alice Spinelli e Chiara Calderale, ai tecnici e allo staff del tour, senza dimenticare gli iscritti al fan club, un’opportunità di «grande confronto. Mi hanno detto che, di quelli che sono venuti a vedermi, tanti avevano cominciato ad ascoltarmi già nella pancia della loro mamma: per me è il regalo più bello, senza questi regali meravigliosi la musica non avrebbe senso».
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