di Giorgio Cappellini
VARESE – I giovani e la Chiesa. Al giorno d’oggi sono sempre di più i ragazzi e le ragazze che si allontanano da un percorso di fede. Sono numerose le cause che spingono le nuove generazioni a intraprendere strade differenti. Motivi che possono essere legati alle difficoltà sociali, allo spettro della solitudine e ai dubbi sul futuro. Come risolvere un problema tanto delicato e attuale? Ne parla don Franco Gallivanone, vicario episcopale della zona 2 provincia di Varese, che approfondisce il tema del rapporto degli adolescenti con la fede e, in particolare, della crisi di partecipazione.
Don Franco, come si stanno impegnando le parrocchie per attrarre i giovani?
«C’è un grande impegno da parte delle parrocchie nell’accompagnare i ragazzi dalla seconda elementare fino alla terza media, nel percorso dell’iniziazione cristiana. È uno sforzo importante che coinvolge catechiste, educatori e l’oratorio, con l’obiettivo di creare relazioni e momenti di crescita nella fede. Tuttavia il passaggio dalle scuole elementari alle medie rappresenta spesso un momento di forte distacco: molti ragazzi si allontanano dalla vita della parrocchia. Spesso accade che il riavvicinamento avvenga solo più avanti negli anni, ad esempio in occasione della preparazione al matrimonio. Nonostante questo, il tempo dell’iniziazione cristiana rimane comunque un ricordo significativo, perché è spesso il momento del primo incontro con la comunità, con i catechisti e con l’esperienza dell’oratorio».
Come l’oratorio può influenzare la vita dei giovani e il loro legame con la fede?
«In molti casi l’oratorio aiuta a creare legami e a mantenere i ragazzi vicini alla comunità. In altri casi, però, coincide con il momento della separazione, soprattutto nel passaggio nel tempo delle medie. Proprio lì comincia spesso un momento delicato. Anche se per i preadolescenti e per gli adolescenti le parrocchie continuano a proporre attività intense e significative, con la presenza di educatori, animatori e preti, la partecipazione non è quasi mai massiccia. Ci sono ancora realtà molto diffuse in cui l’oratorio riesce a creare relazioni forti anche in questa fase della vita. Più spesso, però, si nota uno stacco, una distanza crescente e una certa fatica nel mantenere il legame. Nel tempo della giovinezza, poi, la presenza in parrocchia diventa ancora più varia e generalmente minoritaria. Qualcosa di più forte si vede magari nelle esperienze di volontariato e di animazione, ma anche in questi casi non si tratta di numeri grandi».
Perché non funziona l’incontro tra i giovani e la Chiesa?
«Non si può affermare che i ragazzi oggi siano diventati superficiali, quindi meno attenti alla realtà, ma se si scava più in profondità c’é tanta sofferenza che si può manifestare nei modi più diversi. C’é effettivamente una situazione di solitudine che però è ricca di domande vere. lo credo che sia necessario affrontare il tema della sofferenza in luoghi di vero ascolto che mettano in luce questi elementi. Il tema della sanità mentale è perciò molto sentito, infatti sono in aumento i ricorsi dei giovani dallo psicologo per colmare i loro vuoti».
Esistono, però, eventi a cui i giovani partecipano attivamente?
«C’è un fenomeno molto strano che mi colpisce sempre, cioè i ragazzi delle superiori, che normalmente non frequentano la parrocchia, che si presentano in massa per l’oratorio estivo per poter fare gli animatori per un tempo che dura normalmente un mese. La dedizione e l’impegno di questi ragazzi per la parrocchia fa riflettere poiché contribuisco ad attirare sempre più giovani per i mesi estivi. Altri momenti importanti sono poi le giornate mondiali della gioventù in cui i ragazzi sentono ancora il richiamo di esperienze di condivisione e coinvolgimento. In provincia di Varese si possono vivere questi momenti di condivisione in ambienti di oratorio come Happiness, in cui i ragazzi si ritrovano tramite il passa-parola, trovando un contesto accogliente in cui si possono far ascoltare e vivere insieme del tempo libero. Quindi in sostanza ci sono davvero delle realtà che portano a dei risultati clamorosi».
Che cosa funziona invece?
«Nella Chiesa c’è un clima particolare poiché le nostre comunità e le nostre parrocchie permettono di sperimentare situazioni di ascolto, vicinanza, amicizia e anche avviarsi a quelle esperienze fondamentali della vita come quelle del lavorare insieme, dell’amare e del voler bene al prossimo. Il segreto del perché questi luoghi di condivisione e coinvolgimento funzionano è l’accoglienza che è la base per prendere sul serio gli altri e costruire delle realtà di amicizia e relazioni vere. L’esperienza con la parrocchia cambia quando si comincia a frequentare l’università, in quanto molti ragazzi, frequentando gli atenei milanesi, non riescono più ad avere tanto tempo disponibile come vorrebbero e perciò si perde l’autenticità di questi momenti».
In conclusione, che cosa chiedono alla Chiesa i giovani oggi?
«Direi che c’è un grande lavoro da parte dei preti, soprattutto di quelli impegnati con i giovani. Da un lato si avverte una certa fatica, ma dall’altro è comunque un momento in cui possiamo rilanciare: magari con meno forza rispetto al passato, ma con una consapevolezza diversa. È sempre più evidente che non si tratta solo di un lavoro dei sacerdoti, ma di una collaborazione con i laici. Ci sono educatori professionali che spesso svolgono un ruolo molto prezioso: alcuni sono più abituati a riflettere sugli aspetti umani che su quelli di fede, ma ce ne sono anche molti davvero preparati e coinvolti. Pian piano si stanno formando gruppi di lavoro che possono affiancare i sacerdoti, anche perché un prete spesso deve seguire più parrocchie. È molto bello quando le risorse vengono messe in comune e quando si vede crescere una passione autentica per i giovani. Questo è un momento favorevole per seminare. Nessuno è padrone di nulla, ma il lavoro non è mai sterile: il Signore dona frutti anche al di là di quello che possiamo fare noi».
Cardano, don Aldo Mascheroni parla ai giovani: «La fede sta nei piccoli gesti»
