VARESE – Stuprata, picchiata, chiusa in casa, e alla fine costretta a scappare dal convivente, denunciato dopo una fuga iniziata con un «ritorno»: parola pronunciata davanti ad una vicina di casa e alla persona da cui la vittima delle violenze cercava di sottrarsi.
Per il pubblico ministero, l’uomo a cui vengono contestate le gravi condotte ai danni della compagna va condannato a 8 anni di reclusione. Questa la pena richiesta davanti ai giudici del tribunale di Varese per l’imputato, un 40enne, a conclusione del processo con rito abbreviato per maltrattamenti, violenza sessuale, sequestro di persona e lesioni.
Costretta a fare sesso
La querela della persona offesa risale al 2019. Diversi gli episodi citati dal pubblico ministero prima di chiedere la condanna dell’uomo, a cominciare da quelli in cui il 40enne avrebbe imposto alla compagna rapporti sessuali di vario tipo.
Rapporti che avevano profondamente segnato la persona offesa – ora parte civile nel processo – come ha sottolineato il pm nella sua requisitoria riferendosi alle condizioni della donna, per come la stessa le aveva descritte al magistrato durante le indagini: «In quei momenti ero per lui un oggetto, non contavo niente. Un giorno dopo un rapporto sono rimasta in doccia per un’ora. Un’esperienza che ancora non riesco a levarmi di dosso.
La tesi difensiva
La vicenda, però, assume tutto un altro significato per l’avvocato Corrado Viazzo, difensore dell’imputato, che nella sua arringa ha respinto con decisione la tesi accusatoria, ritenendo non credibile la persona offesa. Era stata lei, ha precisato il legale, ad andare contro il divieto di avvicinamento emesso a carico del 40enne, e riguardante proprio la persona offesa, pur di vederlo: «Perché stava tutti i giorni con lui se era vittima di violenze?». Il difensore ha poi contestato il fatto che la donna venisse chiusa in casa, anche per interi weekend, mentre l’uomo usciva: «Ci sono testimoni che hanno smentito questa circostanza».
La droga
E infine l’aspetto che forse più di tutti – sempre in ottica difensiva – descrive la reale situazione della coppia: «Entrambi erano condizionati e storditi dalla droga. L’aiuto ricevuto dalla madre di lui ha fatto sì che non affogassero nell’abuso di sostanze».
«In alcuni momenti non avevano la percezione di quello che facevano». Lo ha affermato anche il pm, ma per spiegare che lo stato confusionale della donna era dovuto ai continui mutamenti nell’atteggiamento del compagno. E a questo proposito il magistrato ha ripreso nuovamente le frasi dette dalla persona offesa, sempre davanti al pubblico ministero, parlando dell’uomo: «Il suo modo di fare cambiava di continuo. Diceva di amarmi, poi mi violentava».
Il centro antiviolenza e la casa rifugio
All’epoca dei fatti la donna era stata presa in carico da un centro antiviolenza, dove era arrivata con dei segni sul viso e sul corpo, ed era stata portata in una casa rifugio. Lì il suo stato d’animo e la sua reazione al nuovo contesto non erano sfuggiti ad un ispettore della questura, come ha ricordato il pm in udienza: «Era terrorizzata dall’idea di avere una finestra che dava sulla strada. Aveva paura di essere osservata».
