Varese, spedizione punitiva e coltellate per le scarpe tarocche. Tre a processo

tribunale di varese

VARESE – Non fosse una cosa seria, e trattandosi di un processo con tre imputati sul banco lo è, verrebbe da guardare il bicchiere mezzo pieno riconoscendo alla vicenda almeno il merito di sfatare un luogo comune: scatenare un putiferio per questioni di scarpe non è cosa da donne.

L’inganno delle scarpe

I tre imputati nel processo in corso davanti al tribunale di Varese in composizione monocratica sono tre giovani di 32, 28 e 26 anni di nazionalità italiana, albanese e marocchina difesi dagli avvocati Elisa Gabbi e Michele Lodi. E la vicenda iniziata nella tarda primavera del 2020 parte, appunto, da un paio di scarpe. Scarpe griffate, che griffate a quanto pare non erano, comprate sottobanco da un amico dei tre imputati dal giovane cittadino marocchino. Scoperto il pacco il modaiolo ingannato pretende la restituzione dei soldi, il venditore nicchia e diventa aggressivo.

La coltellata

Ed è a questo punto che interviene l’amico del gabbato che tra una videochiamata alticcia dopo una grigliata, in cui maneggia un’accetta e rompe una sedia forse per intimorire l’altro via telefono, e una corsa in auto a petto nudo sin sotto casa del “truffatore di scarpe” per risolvere la questione sferrandogli un paio di pugni rimedia una coltellata (inferta con un taglierino) alla scapola. Nel parapiglia, così come raccontato oggi, mercoledì 12 marzo, dallo stesso imputato incalzato dal pubblico ministero Arianna Cremona, spunta anche una spranga prudentemente infilata nel bagagliaio della macchina.

La spedizione punitiva

Siamo al 22 maggio 2020, ci sono un ferito da arma da taglio in ospedale (dieci giorni di prognosi) e un paio di scarpe che non danno requie. Quello che manca sono le denunce. Nessuno si rivolge infatti alle forze di polizia. E questo perchè l’accoltellato il 4 giugno 2020 si presenta di nuovo a casa del venditore di snickers questa volta in compagnia di un giovane albanese motivato «a chiedere delle scuse e dei soldi per la coltellata visto che non ho ancora sporto denuncia». Stando a quanto ricostruito il ragazzo minaccia la sorella del “truffatore” dicendole «sto cercando tuo fratello, quando lo trovo gli stacco la testa. O ammazzo lui o ammazzo uno della sua famiglia» dopo aver precisato di aver dato mille euro a chi lo accompagnava per risolvere la questione in un modo o nell’altro.

Tutti a processo

La spedizione punitiva finisce con una denuncia e i tasselli della storia vanno a posto. E così l’accoltellatore di nazionalità marocchina finisce a processo per lesioni aggravate, il giovane italiano (che inizialmente avrebbe asserito di non aver bisogno di soldi in quanto figlio di imprenditore ma che poi deve aver cambiato idea) e l’amico albanese pagato per regolare i conti (nonostante fosse sottoposto a misura cautelare per altri fatti) rispondono di minaccia aggravata. A novembre nuova udienza con la curiosità di capire se a scatenare il caos sia stato davvero un paio di scarpe o piuttosto un modo distorto di intendere la giustizia e di regolare i (presunti) torti subiti.

varese spedizione punitiva coltellate – MALPENSA24

 

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