VERBANIA – Doveva essere un progetto di rigenerazione urbana da copertina: abbattere il degrado delle ex Officine meccaniche Restellini a Intra e costruire un complesso residenziale di pregio da 27 appartamenti.
Invece, proprio tra la polvere e le macerie di quel cantiere aperto nel 2021, è spuntato il filo che ha portato i Carabinieri a scoperchiare una complessa rete di presunto traffico illecito di rifiuti e metodi mafiosi.
L’operazione “Terre Pulite”, scattata ieri all’alba con otto misure cautelari, perquisizioni e il sequestro preventivo di quattro società e di un terreno, è il risultato di un lavoro investigativo lungo e minuzioso guidato dalla DDA di Torino sotto la direzione del procuratore Giovanni Bombardieri. Ma per capire la portata del blitz occorre fare un passo indietro e tornare al punto di partenza.
Il nodo della bonifica nel centro di Intra
L’area compresa tra via Tonazzi, via dei Ceretti e via Sutermeister era da anni una spina nel fianco per il centro cittadino. L’allora sindaca Silvia Marchionini era dovuta intervenire a più riprese con ordinanze per imporre la pulizia e la messa in sicurezza dei vecchi ruderi abbandonati.
Quando una società ossolana ha acquistato il sito per realizzare “Palazzo Restellini”, l’operazione è apparsa come la soluzione definitiva.
Trattandosi però di un terreno industriale dismesso, il Consiglio comunale, nell’approvare la variante urbanistica, aveva vincolato il permesso di costruire a un rigoroso piano operativo di bonifica, approvato in conferenza dei servizi con Provincia e Arpa.
Per scavare le fondamenta del nuovo edificio occorreva asportare e smaltire correttamente migliaia di metri cubi di terreno contaminato da decenni di lavorazioni meccaniche.
Le rotte deviate e gli appostamenti della Forestale
Le prescrizioni erano chiare: la terra scavata a Intra doveva essere trasportata e trattata presso un impianto specializzato a Cossato, in provincia di Biella.
I Carabinieri Forestali di Verbania, avviati i controlli sulle movimentazioni nel 2021, hanno notato le prime anomalie. L’impresa incaricata dei trasporti faceva capo ai fratelli Palamara . Figura centrale attorno a cui ruota l’intera inchiesta è Pasquale Palamara, 50 anni, residente a Meina e già detenuto per precedenti vicende giudiziarie.
A confermare il clima di forte tensione attorno al cantiere è stata anche la scelta del primo direttore dei lavori, che preferì rassegnare le dimissioni pur di non interfacciarsi con l’impresa.
Per verificare che le procedure venissero rispettate, i militari hanno predisposto pedinamenti e appostamenti lungo la direttrice tra il Verbano e il Biellese. Gli accertamenti hanno rivelato l’inganno: diversi camion carichi di macerie e terra da bonificare non arrivavano mai a Cossato. I mezzi si fermavano molto prima, scaricando i cassoni a Paruzzaro, nel Novarese, all’interno di un terreno recintato e apparentemente abbandonato tra le sterpaglie.
Dal reato ambientale all’ombra della ‘Ndrangheta
Quello che era iniziato come un controllo ambientale sul corretto smaltimento dei rifiuti si è trasformato, tra il gennaio 2023 e il febbraio 2025, in una complessa indagine della Direzione Distrettuale Antimafia.
Attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, analisi dei tabulati e riscontri sul campo, gli investigatori del Nucleo Investigativo e del Gruppo Forestale di Verbania hanno ricostruito un quadro ben più ampio.
Secondo gli inquirenti, Pasquale Palamara sarebbe stato legato a doppio filo a storiche cosche della ‘ndrangheta (tra cui i Morabito-Palamara-Bruzzaniti e gli Iamonte), ricorrendo a metodi intimidatori per gestire affari che andavano dal traffico di rifiuti all’estorsione, fino all’intestazione fittizia di beni e all’usura.
Un’indagine partita da una mucchio di macerie sul Lago Maggiore e arrivata a smantellare un radicato sistema d’interessi tra il Novarese e il VCO.
