VARESE – «Se vuoi stare con me devi stare alle mie regole». Questa la premessa alla base della relazione tra un 30enne tunisino e una ragazza italiana di 28 anni, protagonisti di una convivenza difficile sfociata in un processo per maltrattamenti in famiglia che si è svolto in tribunale a Varese, e che è terminato con la condanna dell’uomo a tre anni e un mese di reclusione.
Le accuse
Il pubblico ministero aveva chiesto sei anni, dopo aver ripercorso, nella sua requisitoria, gli episodi contestati. Tra questi, un’aggressione scattata per un piatto di pasta con troppo sale, delle bastonate che sarebbero state inflitte alla giovane donna per i suoi contatti con l’ex marito, e poi ancora insulti e umiliazioni verbali durante le liti tra i due, che in alcuni casi sarebbero andate in scena davanti ai figli minori.
I dubbi della difesa
Un contesto tutt’altro che chiaro per l’avvocato Alberto Zanzi, difensore del 30enne, che nella sua arringa ha messo in fila dubbi e contraddizioni, a cominciare dai ripetuti tentativi della giovane di mettersi in contatto con il 30enne dopo che quest’ultimo era stato allontanato dalla casa familiare con un provvedimento dell’autorità giudiziaria: «Temeva che lui potesse rifarsi una vita con un’altra».
Il legale ha poi sottolineato l’assenza agli atti del processo di referti medici riguardanti le presunte violenze fisiche, e ha aggiunto che in udienza la persona offesa aveva ricordato alcuni episodi contestati al compagno solo su sollecitazione del pubblico ministero.
Importanti in chiave difensiva anche alcune parole pronunciate dalla 28enne – che si è costituita parte civile con l’assistenza dell’avvocato Raffaello Boni – nel descrivere la tormentata relazione sentimentale: «Ho mentito su tante cose, do la colpa a me stessa, non a lui».
Dalla denuncia al risarcimento
Gli episodi finiti al centro del processo risalgono ad un periodo che va dal 2020 al 2022. A lanciare l’allarme per prima, denunciando i fatti, era stata la nonna dell’odierna persona offesa.
I giudici del collegio hanno accolto la tesi accusatoria, rigettando quella della difesa, secondo cui nel complesso la vicenda – nonostante l’innegabile conflitto tra le parti – non doveva essere inquadrata giuridicamente come un caso di maltrattamenti in famiglia. Il verdetto del collegio stabilisce inoltre che la persona offesa e i quattro figli devono essere risarciti.
