VISTO&RIVISTO Un Frankestien moderno e pedagogico, ma non perfetto

di Andrea Minchella

VISTO

Alla fine anche Guillermo Del Toro è approdato al capostipite del gotico, e non solo. “Frankenstein” di Mary Shelley è una pietra miliare di tutta la letteratura e cinematografia moderna che strizzano l’occhio alla scienza, alla fantascienza, all’horror, ma soprattutto all’innata e pericolosa voglia dell’uomo di continuare a superare i suoi limiti. La giovanissima Mary Shelley, senza rendersene conto, scrisse un romanzo che seppur contaminato dal contesto storico e scientifico dell’epoca, in cui i primi passi verso la medicina moderna si stavano intensificando, diventò presto un trattato prezioso e dettagliato dell’egocentrismo umano e del desiderio ancestrale e mitologico di governare la vita e la morte con l’ausilio della medicina e della scienza. Ciclicamente il libro della Shelley diventa perfettamente inserito nel contesto in cui l’uomo sposta sempre più lontano i limiti del suo operato scientifico, etico e morale. Proprio l’avvento dell’intelligenza artificiale di questi anni rinvigorisce e attualizza in maniera agghiacciante un libro scritto più di duecento anni fa. Il regista Messicano, dunque, realizza il suo “Frankenstein” in un’epoca dilaniata dai dubbi riguardo uno spazio sempre più ingombrante che viene concesso dall’uomo alle macchine. Ma non solo. La capacità sempre più efficace dell’essere umano di clonare animali infrange costantemente la struttura etica che deve essere alla base di una società in grado di assicurarsi la permanenza su questa terra. Tutti elementi, questi, presenti nel romanzo che negli anni ha suggestionato registi di ogni epoca.

Del Toro, dunque, sceglie un momento storico perfetto per coronare il suo sogno di trasformare il libro della Shelley in un nuovo capitolo della sua eterogenea filmografia. Il suo “Frankenstein” prende vita dal desiderio di raccontare una storia gotica in cui gli effetti scenici e i personaggi principali si amalgamo per restituirci un viaggio altalenante nella follia dell’uomo moderno e dentro lo spirito della creatura mostruosa nata dal desiderio di Victor di superare Dio. L’autore messicano inserisce nella sua pellicola tutto il bagaglio drammaturgico che negli anni abbiamo intravisto nelle numerose pellicole realizzate, più o meno direttamente, sulla vicenda di Victor e del suo esperimento. Un corto circuito di citazioni, e di auto citazioni, trasforma questo “Frankenstein” in un’opera molto suggestiva, soprattutto nella prima parte, e molto abbondante. Questa scelta stilistica rischia di sbiadire, però, ciò che Del Toro vuole raccontare con più sensibilità rispetto ad altre pellicole. Il rapporto tra Victor e suo padre, medico duro e intransigente, diventa uno dei motivi principali che spinge Victor adulto a infrangere i limiti che la società cerca di auto imporsi. Quel rapporto conflittuale e doloroso si riversa nella relazione che, anni dopo, Victor instaura con l’uomo che ha creato. Lo scienziato rifiuta e abbandona la sua invenzione perché non all’altezza delle sue aspettative. Ed è qui che il lavoro di Del Toro si differenzia dalle altre pellicole. Nel romanzo della Shelley il regista de “Il Labirinto del Fauno” scorge la centralità del rapporto che ogni uomo ha con il proprio padre e delle conseguenze, anche disastrose, che possono presentarsi in caso di un rapporto conflittuale, difficile o, addirittura inesistente. Questo aspetto “pedagogico” della pellicola avvicina sempre più la dialettica di Guillermo Del Toro a quella dei primi film del malinconico Steven Spielberg. E questo non è un difetto. Anzi.

Netflix ha opzionato Del Toro per diversi film. Il suo precedente “Pinocchio” (che nasce da un Collodi sicuramente suggestionato dal capolavoro di Mary Shelley) ha avuto molto successo e ha spinto l’autore messicano a confrontarsi con l’opera gotica per antonomasia. Il risultato, forse, non è all’altezza delle aspettative ma noi, a differenza di Victor, non lo abbandoneremo ma lo guarderemo con spirito critico e con la voglia di farci raccontare una storia antica ma con un occhio inedito e comunque sempre affascinante.

RIVISTO

RIVISTO: LA FORMA DELL’ACQUA- THE SHAPE OF WATER, di Guillermo Del Toro (The Shape of Water, Stati Uniti 2017, 123 min.).

Forse il vero capolavoro di Guillermo Del Toro. La relazione speciale tra una donna riservata e timida e una creatura mostruosa, “topos” di svariate pellicole, diventa la linfa drammaturgica, poetica e romantica di una storia mitografica e potentemente suggestiva. Il regista messicano plasma in maniera delicata una pellicola che ci immerge con cura e dolcezza nel liquido amniotico da cui, forse, non siamo mai emersi. Epico.

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