di Andrea Minchella
VISTO
QUI NON E’HOLLYWOOD, di Pippo Mezzapesa (Italia 2024, 61/65 min., Disney- Groenlandia).
I personaggi ci sono tutti. La bambina, la cugina bruttina e gelosa, la zia amorevole ma inquietante, l’orco e il principe azzurro. Una favola d’altri tempi. Ma non è una favola. E nemmeno di altri tempi. La vicenda di Avetrana ha polarizzato l’Italia intera perché conteneva tutti gli elementi della drammaturgia nera più inquietante e surreale. Il mistero della scomparsa di Sara Scazzi diventò subito, grazie alla presenza massiccia dei media, una rappresentazione plastica delle paure più ancestrali di ognuno di noi. Per più di un mese le speranze di ritrovare l’angelica bambina di un piccolo paese pugliese si mischiarono con dubbi inquietanti e suggestioni collettive. Il ritrovamento del corpicino di Sara, dopo più di un mese dalla scomparsa, grazie alla confusa e fragile ammissione di Zio Michele, ci fece piombare nel peggiore incubo che incombeva dal primo giorno ma che si sperava fosse solo una tragica ipotesi e nient’altro. Ma come spesso accade proprio i delitti più efferati e inspiegabili avvengono in famiglia, ovvero in quel luogo dove puoi sentirti protetto o puoi, tuo malgrado, diventare un ostacolo per i tuoi stessi familiari.
Il ritrovamento in un pozzo abbandonato del cadavere di Sara Scazzi e l’arresto dello zio Michele fece archiviare velocemente una delle vicende di cronaca nera più strazianti degli ultimi anni. L’ipotesi dell’abuso sessuale da parte dello zio non era più un archetipo della famiglia deformata e malata ma diventava il motivo reale di quell’omicidio. Tuttavia la questione non era ancora chiusa. Si susseguirono accuse e ritrattazioni che coinvolsero quasi tutta la famiglia Misseri che per Sara era una sorta di seconda famiglia. Le gelosie, il buon nome nel paese e le frustrazioni diventarono presto gli ingredienti deflagranti di una vicenda ancora tutta da chiarire. Oggi Michele Misseri, che si professa unico colpevole dell’omicidio, è un uomo libero dopo aver scontato alcuni anni in carcere per occultamento di cadavere, mentre sua moglie Cosima e sua figlia Sabrina stanno scontando la pena definitiva dell’ergastolo per l’omicidio della piccola Sara.
La corazzata Disney ha subito intravisto un potenziale drammaturgico gigantesco nell’omicidio di Sara Scazzi e nel clamore che ne seguì. Il bravo e instancabile Matteo Rovere con la sua Groenlandia ha trasformato sapientemente un progetto ingombrante in una produzione ben fatta che non tradisse quell’atmosfera fiabesca che ha intriso ogni aspetto di quei terribili mesi. Dopo non poche polemiche è stata finalmente distribuita la serie “Qui Non è Hollywood” che ripercorre in quattro episodi il caso di Avetrana cercando di indagare il più possibile i quattro protagonisti principali e il contesto in cui quell’omicidio è stato consumato.
Grazie alla scrittura fresca e dinamica e ad una regia onirica ma mai retorica di un bravissimo Pippo Mezzapesa, “Qui Non è Hollywood” si presenta subito come una efficace rappresentazione di ciò che in molti anni ci siamo costruiti nelle nostre menti grazie alle migliaia di ore di filmati che la televisione italiana, ai limiti dell’ossessione, ha confezionato giorno dopo giorno. Mezzapesa, che si è distinto recentemente con il riuscito “Ti Mangio Il Cuore”, ha basato la sua opera su di una minuziosa ricerca degli attori che avrebbero interpretato i protagonisti della vicenda. Grazie al trucco realistico ma mai eccessivo ritroviamo sullo schermo Sara, Sabrina, Cosima e Michele che prendono forma in una sorta di ricostruzione agghiacciante degli eventi. Tutto viene filmato ed elaborato con una grammatica cinematografica che si muove tra quella sospesa “Sorrentiniana” e quella onirica “Felliniana”.
Al di là della tragicità degli eventi, il ritmo narrativo, anche grazie alle peculiarità dei personaggi, assume spesso i connotati della commedia per eccellenza in cui il tragico e il comico si mischiano per produrre un linguaggio a sé stante proprio di vicende familiari complesse e piene di ombre. Le inquadrature, i colori, le musiche e la luce della serie aiutano a confezionare una vera produzione “crime” che affonda le sue basi nella provincia del sud Italia che, in certi momenti, ricorda il “West” di Sergio Leone. Mezzapesa si distanzia dagli interrogativi e le suggestioni che hanno avvolto l’omicidio, prima, e il processo, dopo, cercando di seguire una lucida e asfissiante retta drammaturgica i cui elementi si trovavano disseminati nell’architettura dell’intero caso che ha segnato per sempre Avetrana e i suoi abitanti.
Sbaglia chi pensa che non si deve fare spettacolo su alcuni efferati delitti poiché anche l’arte, se ben calibrata ed elaborata, può fornire interessanti spunti di riflessione a chi inevitabilmente viene attratto dalla cifra macabra di omicidi che, anche dopo la loro risoluzione, risultano incomprensibili perché avvenuti nel luogo più sicuro e tranquillo in cui un essere umano dovrebbe vivere. Da vedere senza pregiudizi.
***
RIVISTO
YARA, di Marco Tullio Giordana (Italia 2021, 97 min.).
Marco Tullio Giordana si cimenta con una storia recente e tragica. L’omicidio di Yara è diventato presto un caso che ha coinvolto tutta l’opinione pubblica per la giovane età della vittima e per il luogo, la provincia di Bergamo, conosciuta soprattutto per il lavoro e la discrezione assoluta. Quell’omicidio e la difficile ed estenuante risoluzione del caso diventano gli architravi di un racconto forse troppo convenzionale ma che restituisce, anche grazie alla bravura degli attori, una certa chiarezza e sobrietà in relazione ad una vicenda che ancora oggi non convince pienamente tutti.
Il dolore da una parte e la perseveranza di una giovane magistrato dall’altro garantiscono un equilibrio narrativo necessario per questi tipi di racconto. Forse si sarebbe fatto un lavoro migliore se Tullio Giordana avesse realizzato una serie, per poter meglio cristallizzare i tanti momenti salienti di un’indagine che è stata lunga e complicata. Comunque da rivedere.
