VISTO&RIVISTO La famiglia come labirinto delle emozioni più nascoste

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di Andrea Minchella

VISTO

LA VITA ACCANTO, di Marco Tullio Giordana (Italia 2024, 100 min.).

Marco Tullio Giordana torna dopo sei anni con un film per il cinema. Nel 2021, infatti, il suo “Yara” fu realizzato e distribuito esclusivamente per Netflix, ottenendo un successo planetario non scontato per le produzioni italiane. Con “La Vita Accanto” il regista milanese decide di trasformare il potente romanzo di Mariapia Veladiano in un crudo e scuro ritratto della famiglia.

La sceneggiatura viene scritta dallo stesso regista insieme a Gloria Malatesta e Marco Bellocchio. Proprio del regista piacentino ritroviamo nella pellicola molte tracce della sua cifra stilistica unica e quasi onirica. Tullio Giordana cerca, non con qualche sbavatura, di trasferire quella tensione, proveniente dal libro e dalla sceneggiatura, in un complesso e molto articolato racconto familiare.

Siamo nella Vicenza degli anni ottanta. Maria, giovane donna di una ricca famiglia, la cui reale composizione rimane poco chiara fino alla fine della pellicola, dà alla luce Rebecca, una bambina con una macchia rossa che le copre parte del viso. La madre sembra non superare lo shock di questa anomalia e cade in un forte stato di disagio dal quale non riuscirà più a riprendersi. Di questa famiglia fa parte il marito di Maria Osvaldo, ginecologo, e la sorella gemella di Osvaldo Erminia, pianista concertista di fama mondiale. Tutti e tre, con la nuova arrivata, vivono con la governante in un enorme e antico palazzo che affaccia sul fiume della città. La vicenda attraversa i diversi anni in cui Rebecca diventa sempre più grande trasformandosi, superando a poco a poco le infinite difficoltà dovute a quell’angioma tanto grande quanto vivido, in una ragazza forte e con un talento travolgente per il pianoforte.

Tra segreti velati, crisi esistenziali, bugie sussurrate e drammi dirompenti, la vita dei protagonisti diventa un flusso di emozioni indipendente che sfiora marginalmente le vite degli altri senza mai riuscire a creare un vero legame affettivo stretto e indivisibile. Le sofferenze di ognuno dei personaggi strisciano nelle zone d’ombra del palazzo trasformando la narrazione in un viaggio asfissiante nei segreti che ogni famiglia possiede. Rebecca e la sua macchia sulla pelle del viso diventano testimonianza sofferente di colpe passate che marchiano per sempre un individuo.

La provincia italiana dell’epoca (ma oggi le cose non sono molto migliorate) diventa terreno fertile per la crescita fuori controllo della snervante e ossessiva paura del giudizio e del terrore di non essere accettati. Rebecca cresce e diventa una donna, mentre sua madre sprofonda sempre più in una buca buia da cui è impossibile risalire. Il ritmo del film, apparentemente slegato, fornisce alla vicenda invece una tensione indefinita che mette in difficoltà, volutamente, lo spettatore. I grandi spazi dove si svolge gran parte della vicenda stridono con il senso di claustrofobia che vivono i personaggi. Le grandi stanze del magnifico palazzo non riescono a contenere le profonde ferite che ogni protagonista nasconde dentro di sé. Tullio Giordana slega volutamente una storia che percorre vent’anni di una famiglia che non riesce a rigenerarsi ma che implode mietendo vittime e dolori. Rebecca diventa l’unica testimonianza di riscatto che solo parzialmente restituisce dignità a tutte le figure che si muovono tra le stanze del palazzo di famiglia.

Forse il finale della pellicola indebolisce tutta la tensione emotiva che il regista era riuscito a costruire grazie ad una storia potente, ad una sceneggiatura ben scritta e ad una ricostruzione filmica adeguata. La richiesta di spiegazioni di Rebecca all’intangibile padre Osvaldo sembra un’incomprensibile accelerazione che snatura in parte il resto del racconto. Il rapporto morboso tra Osvaldo e la gemella Erminia viene sfiorato ma non adeguatamente contestualizzato in un rapporto familiare complesso ed enigmatico.

Tullio Giordana torna con un’opera ben fatta in cui alcuni elementi, però, vengono tralasciati a discapito di un percorso narrativo con alcune battute d’arresto senza le quali avremmo assistito ad un lavoro intenso e delicatamente profondo.

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RIVISTO

LA SCONOSCIUTA, di Giuseppe Tornatore (Italia 2006, 110 min.).

Un lavoro straziante sul tema delle adozioni illegali. Un ritratto agghiacciante sull’ossessione di diventare madri ad ogni costo. Un viaggio nauseabondo sulla freddezza umana che può raggiungere livelli inimmaginabili per una misera ricompensa. Una prova difficile di Tornatore che ci restituisce uno dei film più inquietanti degli ultimi anni.

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