di Andrea Minchella
VISTO
LA TRAMA FENICIA, di Wes Anderson (The Phoenician Scheme, Stati Uniti- Germania 2025, 120 min.).
Un bluff? Un ritratto manieristico pregno di estetica fine a se stessa? Un capriccio di un autore che ha già detto tutto? Forse sì. O forse no. Già il fatto di interrogarsi è sintomo di assistere ad una forma d’ arte. Di arte pura. Di arte come esigenza biologica che esplode tra le mani di un autore che resta fedele alla linea, tracciando una sequenza narrativa che diventa estetica e grammatica nello stesso fotogramma. Wes Anderson costruisce nuovamente un mondo parallelo la cui geometria esasperata ingloba la trama e i personaggi che diventano un tutt’uno con le ossessioni drammaturgiche di un regista visionario ma sempre aderente al mondo che lo circonda.
“La Trama Fenicia” viene cucita addosso a Benicio del Toro che interpreta un magnate, Zsa-Zsa Korda, senza scrupoli che insegue il suo progetto finanziario più ambizioso, scampando continuamente a rocamboleschi attentati che qualcuno organizza per eliminarlo definitivamente. In sua compagnia c’è sua figlia Liesl, prossima ai voti, e il precettore Bjorn intento ad impartire lezioni di entomologia al ricco Zsa-Zsa Korda. I tre si avventureranno nel luogo immaginario della Grande Fenicia per cercare di convincere gli investitori del grande progetto finanziario ingegneristico, sempre più decisi a tirarsi indietro, a rimanere convinti del gigantesco piano. L’autore ci catapulta in una spietata guerra anticapitalista in cui un magnate visionario è disposto a tutto pur di realizzare il suo progetto più immenso. La carrellata di personaggi che i tre devono incontrare per garantire i finanziamenti dell’immensa costruzione, che sorgerà in una sorta di deserto esistenziale e geografico, è composta da surreali e feticci individui propri dell’immaginario fantasioso del regista statunitense.
L’ossessiva ricerca di chi colmerà il “gap” del progetto iniziale rispetto alle nuove cifre richieste da Korda diventa, nel racconto, ossessione simmetrica di spazi e di colori al servizio di una trama che si fonde completamente con i personaggi interpretati da attori che farebbero di tutto pur di apparire anche solo per un istante. E così, oltre a Tom Hanks, Bryan Cranston, Scarlett Johnasson, incontriamo parecchi volti che compongono un “puzzle” cromatico su cui si adagiano le inquadrature fisse e didascaliche di un mondo fantasioso, frenetico e surreale.
“La Trama Fenicia” viene raccontata con una grammatica scenografica che diventa la cifra stilistica ed esistenziale di un regista che prosegue la sua strada artistica senza essere intaccato minimamente dalle influenze, soprattutto economiche, di cui il cinema mondiale e sempre più vittima. Qui la morte assume un connotato tridimensionale che viene tratteggiata sia dai continui attentati che vengono organizzati contro Korda, sia dalla narrazione parallela alla storia principale di un ipotetico “luogo dopo la morte” in cui un incredulo Zsa-Zsa Korda dovrà rendere conto della sua vita terrena e dei suoi errori. Un paradiso pagano in cui, come nei più assurdi film di Woody Allen, l’aldilà diventa una proiezione sguaiata e mitografica della vita vera vissuta in un mondo folle e grottesco. Dunque Anderson aggiunge al suo mosaico cinematografico folle e visionario un racconto che non può non rimandarci alla politica americana contemporanea e alle sue derive pericolosamente autoritarie. Senza retorica ma con l’uso sproporzionato di colori, geometrie e inquadrature granitiche e asfissianti.
Un capitolo a parte va dedicato ad un Michael Cera straordinario e ad una sorprendente Mia Threapleton che interpretano il precettore e la figlia quasi suora diventando un tutt’uno con il sublime Benicio Del Toro e restituendo al pubblico una recitazione collettiva e corale unica nel suo genere.
“La trama fenicia”, dunque, è uno di quei film che va visto. Giudicarlo diventa quasi superfluo poiché i canoni espressivi utilizzati sembrano esulare completamente dai parametri, sempre più stingenti, di una critica spesso molto aritmetica e poco emozionale.
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RIVISTO
THE AVIATOR, di Martin Scorsese (Stati Uniti 2004, 170 min.).
Un ritratto gigantesco e dovizioso di un personaggio enigmatico e travolgente del secolo scorso. Aviatore, produttore cinematografico, imprenditore, Howard Hughes impersona perfettamente l’uomo forte dell’America dei primi del Novecento, magistralmente raccontato da un maestro come Martin Scorsese. Di Caprio ineccepibile in una narrazione epica e fluida sempre attuale. Sempre emozionante.
