di Andrea Minchella
VISTO
AVATAR- FUOCO E CENERE, di James Cameron (Avatar: Fire and Ash, Stati Uniti 2025, 197 min.).
Non prendete impegni per il 2029 e il 2031, perché il prolifico e geniale James Cameron deve ancora completare e realizzare il quarto e il quinto capitolo per quella che è destinata a diventare la saga più ricca di sempre. Se il clan di Cameron punta a sfondare i due miliardi di dollari di incasso anche con questo terzo episodio dell’epopea dei Na’vi, allora l’intero “franchise” potrebbe diventare il fatturato cinematografico più alto che si sia mai realizzato. Tutto il resto dell’industria cinematografica sta a guardare una rivoluzione drammaturgica e tecnologica cominciata quasi vent’anni fa che è in grado di richiamare nelle sale un numero inimmaginabile di spettatori pronti ad immergersi, nel vero senso della parola, in un mondo costruito con maestria e scienza che nulla ha da invidiare al mondo che abitiamo. Cameron, infatti, costruisce Pandora senza lasciare nulla al caso. Anche le piante che vivono su Pandora, per esempio, costituiscono una dottrina botanica con centinaia di specie, tutte inventate, che fanno parte della gigantesca scenografia di sfondo alle vicende dei protagonisti.
In “Fuoco e Cenere” ritroviamo i personaggi dei due precedenti capitoli che proseguono il loro viaggio tra le aree inesplorate del gigantesco pianeta Pandora. Jake e Neytiri sono ancora sconvolti dalla perdita del loro primogenito Neteyam e vivono costantemente con il timore che la Gente del Cielo possa raggiungerli e farli prigionieri. Quando Jake e Neytiri decidono di mandare il loro figlio adottivo (e umano) Spider alla base degli umani per scongiurare che possa rimanere senza ossigeno, comincerà un viaggio che li porterà in un tortuoso (e lunghissimo) percorso pieno di conflitti e incontri di nuove etnie, come quella dei Mangkwan, nota come popolo della cenere, capeggiata dalla terribile Varang.
La trama anche in questo terzo capitolo è intricata e molto complessa. Cameron e la sua squadra articolano minuziosamente vicende ed eventi che diventano il pretesto per la realizzazione di immagini suggestive e totalizzanti. La parte visiva del film diventa essenza primaria dell’intero progetto. Cameron costruisce nuovamente uno scenario verosimile e credibile frutto di una immaginazione complicata e puntuale. La nuova etnia si porta dietro un mondo vulcanico e roccioso in cui il fuoco assume un ruolo ancestrale e potentemente mitografico. Le vicende dei Sully e di tutti i personaggi che incontrano nel loro viaggio diventano codice visivo di un flusso ininterrotto di immagini quadrimensionali che, nuovamente, investono completamente l’esperienza dello spettatore che decide di sospendere la sua esistenza per più di tre ore, facendosi travolgere da un getto totalizzante di immagini, colori, suoni e sensazioni che si staccano dalla pellicola per invadere ogni centimetro della sala di proiezione.
Cameron ha girato il terzo capitolo simultaneamente alla realizzazione del secondo Avatar. Questa scelta (che fu presa anche da Robert Zemeckis quando realizzò il secondo ed il terzo capitolo del suo “Ritorno al Futuro”) è motivata sia dal tentativo di ammortizzare alcuni costi di produzione (il film ha comunque un budget record di quattrocento milioni di dollari) sia per sfruttare la stessa età anagrafica degli attori. Questo fa capire quanto la tecnologia avanzata utilizzata da Cameron per trasformare gli attori in carne e ossa in gigantesche creature sia calibrata sempre e comunque alla umana e realistica recitazione corporale degli attori che compongono il cast. L’innovativa tecnica del “motion capture” raggiunge qui dei livelli altissimi, anche rispetto al secondo Avatar, trasformando le giganti creature di Pandora in veri e propri attori capaci di assumere infinite smorfie facciali come se fossero reali e concrete. Anche tutta la parte legata al fuoco viene realizzata con una massiva e perfezionata tecnica in cui più di mille inquadrature digitali rendono la presenza del fuoco credibile e reale anche senza l’uso degli occhiali 3D.
Detto questo, “Avatar 3” risente di una lunghezza biblica, di una narrativa troppo fragile rispetto all’impianto scenico e di una, a volte troppo evidente, somiglianza con il capitolo precedente. Ma questo importa poco, perché l’esperienza sensoriale che Cameron ci regala resta ancora oggi unica nel suo genere e difficilmente replicabile se non dalla stessa corazzata “Cameron”.
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RIVISTO
PIRANA PAURA, di James Cameron e Ovidio G. Assonitis (Piranha Part Two: The Spawing, Stati Uniti 1982, 95 minuti).
Il primo lungometraggio di quello che diventerà il “Re Mida” di Hollywood. Nato da una sorta di emulazione de “Lo Squalo” di Steven Spielberg, questo film, per quanto non un vero capolavoro, ci fa intravedere comunque le peculiarità di un giovane autore, cresciuto nel vivaio del gigantesco Roger Corman, che avrebbe trasformato gli effetti speciali nell’elemento inedito e centrale di tutte le storie che sarebbero uscite dalla sua immensa e prolifica immaginazione. Da rivedere anche solo per vedere come è cresciuto in quarant’anni il monumentale James Cameron.
