di Andrea Minchella
VISTO
UNA DI FAMIGLIA, di Paul Feig (The Housemaid, Stati Uniti 2025, 131 min.).
Il navigato Paul Feig dopo averci fatto ammazzare dalle risate con il catastrofico “Le Amiche della Sposa” e averci fatto raggelare con “Un Piccolo Favore” decide di regalarci un thriller lineare e coerente che non delude le aspettative. Film come “Una di Famiglia” hanno il compito di far evadere il pubblico per un paio d’ore dal mondo reale che certo non ha nulla da invidiare alle storie angoscianti e drammatiche che ci vengono raccontate in cui però il cattivo di turno, alla fine, paga sempre e la vittima si salva per continuare una vita migliore di quella che ha vissuto fino a quel momento. Anche questo tipo di cinema può essere definito terapeutico, soprattutto quando la grammatica utilizzata, come in questo caso, è sapientemente misurata con il tipo di reazione che si vuole ottenere tra gli spettatori.
Feig sa utilizzare bene la macchina da presa e trasforma la sua sceneggiatura, ben ancorata all’ omonimo romanzo del 2022 di Freida McFadden, in un interessante viaggio dentro l’annoso e attualissimo spaccato delle violenze domestiche. Ciò che l’attualità impietosamente ci restituisce giornalmente, qui viene rielaborato con maestria e trasfigurato in una vicenda tanto incredibile quanto verosimile.
Al di là della bellezza di una Sydney Sweeney magnetica, della follia criptica di Amanda Seyfried, sempre perfetta in questi ruoli, e della sicurezza quasi paterna dell’affascinante Brandon Sklenar, la pellicola sviluppa con intelligenza raffinata la dinamica tossica e patologica che spesso si instaura tra due coniugi. Ciò che parte come amore e stima reciproca si trasforma in possessione e senso di onnipotenza. La relazione di coppia diventa una prigione asfissiante che esaspera fragilità e irrisolutezze pregresse che si annidano nelle persone ancor prima che decidano di vivere le loro esistenze insieme. La tragicità delle conseguenze spesso nefaste di rapporti malati e squilibrati tra due individui diventa qui linfa essenziale per un thriller ben fatto e abbastanza equilibrato.
In “Una di Famiglia” ci sono tutti gli elementi che uno spettatore cerca quando vuole resettare il cervello per un breve momento. Una villa magnifica, una padrona di casa bella ma apparentemente squilibrata, una “tata” inconsapevolmente attraente come la “Lolita” di Stanley Kubrick, e un marito/papà bello, ricco e molto comprensivo e protettivo. In questo quadretto tipicamente americano si insinua da subito un’ombra sulla stabilità mentale della padrona di casa. Con lo scorrere del tempo non capiamo bene chi davvero è come appare e chi, invece, nasconde un passato oscuro e violento. Ci facciamo cullare dal bravo Feig in una storia carica di sospetti e di equivoci. Ma è quello che vogliamo e, dunque, chiudiamo gli occhi anche davanti ad alcune sbavature sceniche e drammaturgiche che appiattiscono la pellicola in alcuni punti. Diventa quasi esilarante (ma molto realistico) l’avversione ancestrale che il protagonista Andrew ha nei confronti della ricrescita dei capelli della comunque bellissima moglie Nina. Ho pensato che, forse, per molti uomini c’è poco da ridere quando si parla di ricrescita dei capelli di una donna. E questo mi spaventa più del film stesso che in alcuni punti riesce a mantenere la tensione a livelli molto elevati.
Al di là delle battute, il film è ben fatto e questo è quello che conta. Un film che chiarisce sin da subito le intenzioni e riesce in maniera coerente a soddisfare le aspettative è un film intelligente. Se non ci piace il genere, possiamo evitarlo. Il problema di film di questo genere, spesso, è la confusione e l’incoerenza, come se l’autore si volesse emancipare dal genere “Pop-Corn-Thriller” per risultare più serio e rispettabile. In questo caso Paul Feig è sicuro di sé e della sua capacità artistica e di conseguenza il suo film si presenta come ben strutturato e capace di farci evadere per più di due ore. E se sorridiamo per alcune scelte quasi surreali, allora il lavoro a cui assistiamo rappresenta con più sincerità il mondo che ci circonda che non sempre si mostra con delle tinte definite ma con una serie di sfumature insidiose che ci confondono perennemente.
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RIVISTO
A LETTO CON IL NEMICO, di Joseph Ruben (Sleeping with the Enemy, Stati Uniti 1991, 96 min.).
Un bel thriller cucito addosso alla bellezza e alla bravura uniche di Julia Roberts. Un racconto angosciante di un marito possessivo e violento e di una donna che architetta il modo di scappare. Ma è solo un film. Ben fatto, suggestivo e claustrofobico, ma frutto di immaginazione e di fantasia della Hollywood degli anni novanta che sapeva instillare nel pubblico speranza e fiducia.
