di Andrea Minchella
VISTO
FLY ME TO THE MOON- LE DUE FACCE DELLA LUNA, di Greg Berlanti (Fly Me to the Moon, Stati Uniti 2024, 132 min.).
Finalmente un bel film. Uno di quelli che ti fa staccare veramente, anche solo per poco tempo, dalla vita fatta spesso di pensieri e preoccupazioni. Greg Berlanti si porta dietro tutta la sua esperienza giovane e fresca di produzioni televisive che hanno spopolato in tutto il mondo e la trasforma in un film equilibrato, ritmato e molto suggestivo. Inserisce nella sua pellicola tutti gli elementi “pop” dell’avvenimento più incredibile che l’umanità ha vissuto nel secolo scorso: lo sbarco sulla luna. Essendo la filmografia americana già piena di racconti che dipingono o prendono come spunto la grande impresa dei tre astronauti americani nel lontano 1969, Berlanti ha voluto giocare con la leggenda (mai dissolta ma, anzi, ciclicamente rinvigorita) della possibile falsificazione degli eventi.
Il regista, infatti, costruisce il suo film attorno al progetto segreto “Atremis” che la Nasa ideò per assicurarsi comunque un sorpasso nei confronti dei sovietici nella conquista dello spazio. Il progetto prevedeva un allunaggio finto ricreato negli studi segreti della Nasa e filmato. Il finto allunaggio sarebbe stato diffuso nel caso in cui l’Apollo 11 avesse fallito. Ad oggi ancora molti rimangono scettici riguardo il vero sbarco di Armstrong, Aldrin e Collins adducendo interpretazioni divergenti sulle ombre, sull’inclinazione della bandiera americana conficcata sul manto lunare e sul colore della luna. Berlanti compie un passo in più. Racconta come lo sbarco sia effettivamente avvenuto ma gioca, e lo sa fare molto bene, con la faccenda del finto filmato e di tutte le difficoltà che emersero per tenere quel progetto segreto.
La storia, che è ben scritta perché equilibrata e mai surreale seppur adattata ad una vicenda incredibile, si snoda per più di due ore senza mai ristagnare. La preparazione della vera missione dell’Apollo 11 che si fonde con la difficile preparazione del finto allunaggio scorre perfettamente tra sequenze comiche e immagini suggestive. La storia scientifico/politica della missione della Nasa si adagia sulla vicenda più romantica della “liasion” tra l’astronauta mancato e responsabile della missione Cole Davis e la pubblicitaria esuberante e misteriosa Kelly Jones che è chiamata dalla Nasa per rendere più appetibile al pubblico americano l’imminente lancio dell’Apollo verso la luna. I due differenti registri utilizzati dal regista rinforzano una narrazione già solida e fluida. Il cambio di ritmo diventa quasi necessario per poter gustare per più di due ore un viaggio comunque dettagliato e veritiero della missione più famosa della nasa.
A rafforzare maggiormente il progetto c’è la scelta degli attori. Channing Tatum si mostra capace di recitare un ruolo che si allontana dagli stereotipi legati al suo fisico imponente. Con mia grande sorpresa scopro un Tatum capace e centrato. La bravissima Scarlett Johansson si cala perfettamente nel ruolo esplosivo e affascinante della pubblicitaria che la Nasa chiama da New York per trasformare quella missione in una gigantesca pubblicità del governo e delle sue capacità di conquistare lo spazio. A chiudere il cast principale troviamo un Woody Harrelson che nei panni dell’uomo “della Casa Bianca” ci regala l’ennesimo personaggio perfettamente scolpito e sapientemente inserito in una storia avvincente e intrigata.
Insomma “Fly to the Moon” è un film completo che permette allo spettatore di evadere per un paio d’ore con leggerezza e ironia. Ma se ci soffermiamo scopriamo un’interessante pellicola che ci racconta il presente difficile e caotico di una nazione che il secolo scorso si riteneva la più grande del mondo. Non si può non notare una certa simbologia che riporta alle dinamiche dei giorni nostri in cui gli Stai Uniti sembrano arrancare e faticare moltissimo per cercare di mantenere il primato sul mondo. Quell’ avventura degli anni sessanta può essere benissimo utilizzata come prisma in cui vedere le enormi difficoltà che oggi l’America sta attraversando.
La bravura di Berlanti è la capacità di utilizzare sempre un ritmo leggero, sia nella sceneggiatura che sulla pellicola, così da lasciare le riflessioni più complesse allo spettatore che ne avesse voglia. Ottimo lavoro.
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RIVISTO
THE TRUMAN SHOW, di Peter Weir (Stati Uniti 1998, 103 min.).
Una gigantesca e poetica riflessione sulla verità e sulla finzione. Un affresco potente ed evocativo sul potere della televisione di modificare, forse, il Dna delle persone.
Un racconto struggente e surreale sul confondersi tra la finzione e sulla nostra proiezione nella realtà. Jim Carrey da Oscar e Ed Harris paterno e inquietante. Universalmente attuale. Una vera opera d’arte.
