di Andrea Minchella
VISTO
FINO ALLA FINE, di Gabriele Muccino (Italia 2024, 118 min.).
Gabriele Muccino, dopo il quasi deludente “Gli Anni Più Belli” del 2020, torna al cinema con una pellicola ben confezionata, soprattutto il “trailer” in circolazione da parecchio tempo, ma che denota una confusione artistica ormai trasbordante che snatura e appesantisce un progetto, almeno sulla carta, abbastanza interessante.“Fino alla Fine” è un racconto snervante e gridato, molto gridato, in cui una giovane americana vive all’estremo le sue ultime ventiquattro ore in Italia prima di tornarsene in California. A Palermo, dove arriva con la sorella per visitare le bellezze artistiche della città, conosce Giulio e i suoi amici. Seppure in una fase della sua vita difficile e fragile e contro il parere della sorella Rachel, Sophie decide di buttarsi in una storia travolgente con il ragazzo siciliano e passare con lui e i suoi fedelissimi compagni le ultime ore che la separano dal volo di ritorno.
Subito ci accorgiamo di un ritmo narrativo schizofrenico e accelerato che ci catapulta troppo velocemente in una vicenda che muta sequenza dopo sequenza, senza darci però il tempo di apprezzare il flusso degli eventi. Gli attori risultano da subito artefatti e sopra le righe. La veridicità fisiognomica che ha reso il regista romano famoso in tutto il mondo sembra evaporare lasciando il posto ad un “casting” granitico e poco efficace. Giulio, interpretato da un ancora acerbo Saul Nanni, che invece era riuscito ad esprimersi meglio nel complicato “Brado” di Kim Rossi Stuart, non riesce mai a occupare pienamente lo spazio della scena. I suoi amici, la presenza ingombrante di Sophie, gli eventi che accadono, tolgono spazio vitale alla padronanza artistica di Giulio e del suo attore. Tra gli amici di Giulio certamente Lorenzo Richelmy, il Komandante, riesce a padroneggiare con una consapevolezza che manca agli altri attori la costruzione scenica, ineccepibile, che Muccino è comunque in grado di mettere in piedi per i suoi film. La macchina da presa a spalla che segue le vicende dei protagonisti con piani sequenza movimentati e sbavati è uno degli aspetti che non fa naufragare del tutto il lavoro di Muccino. La realizzazione tecnica del film si scontra con una storia ed una sceneggiatura deboli che dilatano eccessivamente la prima parte della pellicola.
Nella seconda parte del film la storia d’amore tra Giulio e Sophie si trasforma bruscamente, troppo, in un racconto ansimato e angosciante di una brutta storia di cui i ragazzi sono costretti ad esserne i protagonisti. Il ritmo caotico della prima parte riesce a trovare, nella seconda metà, una connotazione più adeguata perché ciò che viene raccontato si allinea con il ritmo frenetico e asfissiante che Muccino decide di tenere. La vicenda diventa più interessante e tutte le criticità della prima parte sembrano, almeno parzialmente, risolversi perché si amalgamo con il flusso narrativo più intenso degli ultimi trenta minuti del film. Ma non basta. La struttura dell’intero racconto non può essere sorretta dalla parte finale che dà un senso a tutto il progetto. Gli attori, la storia, le battute, il ritmo predominanti sono fuori fuoco e alla parte del racconto più fluida e scorrevole si arriva svogliati e molto delusi.
Muccino, che con il progetto “Stanno Tutti Bene” è riuscito a realizzare un collegamento originale e avvincente tra pellicola e serialità, dimostra nuovamente che la sua confusione artistica, che lo ha reso comunque un gigante della cinematografia italiana, non riesce più a partorire progetti interessanti che poi possano essere realizzati in maniera altrettanto efficace. La voglia di indagare l’animo romantico e diabolico dell’essere umano che lo ha spinto a realizzare “L’ultimo Bacio” o “Ricordati di Me” non è più sufficiente a garantire la capacità di realizzare un film completo e indovinato. Forse la sua parentesi americana ha contribuito a diluire ulteriormente la sua capacità straordinaria di raccontare storie iconografiche con una poesia dirompente e snervante che solo lui è stato in grado di fare con alcuni suoi film. Attendiamo, dunque, il prossimo film.
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RIVISTO
L’ESTATE ADDOSSO, di Gabriele Muccino (Italia 2016, 103 min.).
Un piccolo film carico della poesia e della malinconia più essenziale che ha segnato i migliori lavori di Gabriele Muccino. Un percorso di vita che coincide con un viaggio dall’altra parte del mondo che coincide soprattutto con la crescita e l’inevitabile trasformazione del ragazzo in adulto. Un film minimale e intimista che decreta il ritorno in patria dai pericolosi Stati Uniti di uno dei registi più romantici e inquieti del cinema italiano contemporaneo.
