di Andrea Minchella
VISTO
LA MALEDIZIONE DELLA QUEEN MARY, di Gary Shore (Haunting of Queen Mary, Stati Uniti 2023, 114 min.).
Il regista del già problematico “Dracula Untold” ci riprova con il genere “horror”. La sua perseveranza rimane un mistero, ma almeno va apprezzata. “La Maledizione della Queen Mary” è una sorta di manifesto, un po’ sbiadito, del cinema di genere che davvero ci ha fatto spaventare nella nostra vita. La pellicola di Gary Shore è zeppa di inquadrature, sequenze, colori, suoni, immagini e atmosfere che rimandano di continuo a qualche capolavoro del passato che ha cambiato per sempre la nostra capacità critica e la nostra percezione della paura quando siamo in una sala di cinema. Peccato. Una “location” tanto inquietante quanto affascinante avrebbe potuto prestarsi per un racconto molto più complesso e inedito. La nave è da sempre un “topos” che ben si presta a diverse interpretazioni o che può racchiudere le diverse paure, anche quelle più ancestrali, che l’essere umano si porta dentro per tutta la vita.
La storia si dipana su due piani temporali: il 1938 e il presente. Ovviamente i due piani si intrecciano creando un unico flusso temporale che dovrebbe inquietare e ipnotizzare il pubblico. Ma questo non avviene perché il presente è noioso e carico di trovate sceniche che sminuiscono un lavoro già fragile e retorico. Se nel 1938 la famiglia Ratch è protagonista, durante una serata di festa sulla nave, di un’efferata ed inspiegabile violenza, nel presente la famiglia Caulder si ritrova sulla Queen Mary, ormai attraccata in un porto da anni, per realizzare un ambizioso progetto virtuale che possa polarizzare di nuovo l’attenzione dei visitatori attratti da leggende e credenze che avvolgono il mito della gigantesca nave.
Il problema principale sta proprio nel tenere il punto nel raccontare le due diverse epoche cercando di svelare poco e mantenendo alta la quota “suspense” che in certe pellicole deve avere un ruolo principale. Se il 1938 è interessante a abbastanza inquietante anche perché Shore non nasconde una certa sudditanza stilistica e grammaticale al leggendario “Shining”, il presente è pieno di lacune che annoiano e svuotano l’intero progetto di quei pochi e deboli aspetti positivi. L’ambientazione e l’atmosfera della Queen Mary del racconto del 1938 ricorda l’Overlook hotel e il suo tetro e asfissiante arredamento. La famiglia Ratch, con la follia dirompente di David, padre di Jackie e marito di Gwen, rimanda alla disturbante e malata famiglia Torrance protagonista del romanzo di Stephen King. Ascia e follia sono gli stessi ingredienti che il pazzo Jack Nicholson disseminava durante le sequenze più travolgenti del capolavoro di Stanley Kubrick del 1980. Qui il risultato è certamente inferiore anche perché Shore in più occasioni decide di mostrare la violenza anziché nasconderla per renderla più subliminale.
La sequenza della doccia, poi, se paragonata, ad esempio, a quella di “Psycho” è completamente svuotata di qualsiasi elemento che possa spaventare. Se Hitchcock, in quel caso, scrive le regole universali di grammatica cinematografica, con il suono litanico della musica e una scena realizzata con una quantità assurda di macchine da presa, Shore disintegra quelle regole mostrando sangue, violenza, ascia e ferite, trasformando l’intera sequenza in un esperimento “splatter” e non in una scena “horror” ben costruita e che spaventi davvero. La bulimia di immagini spaventose, ormai, hanno un effetto più sonnifero che spaventoso.
Rimane del film una vicenda inquietante e qualche traccia di puro intrattenimento che però non giustifica la visione, anche se al prezzo di 3, 50 euro grazie al contributo del Ministero della Cultura.
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RIVISTO
LA VEDOVA WINCHESTER, di Michael e Peter Spierig (Winchester, Stati Uniti- Australia 2018, 99 min.).
Partendo da una storia vera, questo film rielabora in maniera intelligente una vicenda inquietante ed affascinante. La signora Winchester, egregiamente interpretata da Helen Mirren, si ritrova accerchiata da tutte le anime delle vittime causate dalle armi, prodotte dall’azienda di famiglia.
Un racconto a tinte “horror” che svolge dignitosamente il suo obbiettivo, di raccontare una storia paranormale con una grammatica ed un’impostazione quasi ineccepibile. Un interessante racconto che intrattiene e, in certi momenti, ci spaventa e ci inquieta.
