di Andrea Minchella
VISTO
NAPOLI- NEW YORK, di Gabriele Salvatores (Italia 2024, 124 min.).
Una fiaba. Fluida, lineare, senza troppe pretese. Gabriele Salvatores prende in mano un progetto mai realizzato di Federico Fellini e Tullio Pinelli e lo trasforma in un racconto semplice ed equilibrato. Prendendo spunto dallo stile di Dickens, ma anche dalla grammatica di De Sica e di Rossellini che hanno saputo come nessun altro raccontare l’Italia del dopoguerra grazie a dei capolavori come “Ladri di Biciclette”, “Sciuscià” o “Paesà”, l’autore milanese si mette in gioco e si cimenta con una narrazione inedita cercando di restituirci la tensione emotiva di una vicenda tanto epica quanto reale.
Ma il neorealismo era un’altra cosa. “Napoli- New York” ci racconta in maniera leggera di due bambini, Carmine e Celestina, che si ritrovano a perdere tutto, quel poco che avevano, nella loro Napoli decidendo un po’ ingenuamente e clandestinamente di imbarcarsi su una nave per raggiungere la tanto sognata e desiderata America dove vivrebbe la sorella di Celestina. Sulla nave americana che li sta portando a New York vengono scoperti da Domenico Garofalo che, come commissario di bordo, si vede costretto a denunciarli al suo comandante. Arrivati in America, però, Garofalo, un ridondante Favino, non se la sente di consegnare i due piccoli alla polizia, favorendo così la loro fuga verso una metropoli gigantesca, colorata e chiassosa. I due bambini si mettono alla ricerca della sorella di Celestina ma scoprono, dopo parecchie difficoltà e molte insidie, che la situazione non è poi così rosea come si immaginavano prima di partire. Con l’aiuto di Domenico Garofalo, che incontreranno di nuovo in città, troveranno, forse, un modo per restare a vivere negli stati Uniti.
La pellicola si sviluppa in maniera molto didascalica restituendoci una vicenda piacevole ma, probabilmente, non perfettamente amalgamata. Il ritmo della storia è sì ben calibrato ma risente di una frammentazione che sembra dividere il film in due diversi elementi, a loro volta divisi in altrettanti due fasi. La linearità del soggetto non sempre coincide con l’architettura che Gabriele Salvatores ha costruito attorno l’idea originale di Fellini. Questa struttura poco legata non compromette il film perché la potenza della storia, anche se molto didascalica e stereotipata, si presta perfettamente ad una trasposizione fiabesca che travalica la grammatica e l’impalcatura drammaturgica che il regista milanese ha deciso di mettere in atto. Mentre guardi il film ti soffermi sulle sfumature che Salvatores è riuscito ad imprimere alle sequenze, sempre magistralmente realizzate, ignorando quasi completamente la discontinuità narrativa che emerge ma che si dissolve a favore dell’atmosfera onirica che prevale su ogni altro elemento.
Salvatores si prende il rischio di calcare una linea immaginaria tracciata, ancor prima che Fellini pensasse a questo soggetto, da due giganti come Vittorio de Sica e Roberto Rossellini che con i loro capolavori erano riusciti a trasmettere al mondo intero la tragicità dell’Italia appena martoriata da una delle guerre e delle occupazioni più violente di sempre. Non si possono fare confronti, certo, ma la mente dello spettatore non può non ricordare la tensione emotiva che quei capolavori sprigionavano e sprigionano ancora oggi. Mi chiedo, dunque, se questo progetto non fosse destinato a rimanere incompiuto. O se, invece, fosse stato un regista napoletano a realizzarlo il risultato sarebbe stato lo stesso? Perché, pensando a “Parthenope” di Sorrentino, sono sempre più convinto che alcune storie trovano una collocazione più adatta se raccontate da chi ha qualcosa in comune con quella vicenda.
Gabriele Salvatores, che nei suoi ultimi film sembra aver perso il tocco magico dei suoi capolavori iniziali, non ha certo nulla da perdere e giustamente si è voluto confrontare con un progetto apparentemente facile ma che racchiude diverse difficoltà che, probabilmente, il regista milanese non ha voluto superare preferendo tracciare una semplice e romantica favola in cui la sfortuna iniziale diventa il punto di svolta per una vita migliore. Una fiaba “usa e getta” di cui sui perderanno le tracce molto presto. Forse Federico Fellini alla fine della sua carriera ha preferito regalarci una fiaba più intima e discreta (“La Voce della Luna”) che questo progetto carico di atmosfere molto contrastanti e di registri troppo eterogenei.
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RIVISTO
NUOVOMONDO, di Emanuele Crialese (Italia- Francia 2006, 120 min.).
Se si può parlare di neorealismo contemporaneo, certamente questa opera di Crialese può esserne definita la colonna portante. Una narrazione onirica di uno dei momenti più drammatici dell’Italia dei primi del novecento. Un viaggio verso la speranza tra antiche credenze, rituali popolari, una povertà dilagante ed una dignità straripante. Un ritratto poetico e aspro che fissa indelebilmente la gigantesca migrazione di milioni di Italiani costretti ad abbandonare l’Italia per un futuro migliore. Epico.
