VISTO&RIVISTO Riproporre la stessa cosa, in fotocopia

minchella visto rivisto

di Andrea Minchella

VISTO

SO COSA HAI FATTO, di Jennifer Kaytin Robinson- Elisha Christian (I Know What You Did Last Night, Stati Uniti 2025, 111 min.).

Fotocopiare con cura. Ma non basta. Anche fotocopiare qualcosa può nascondere un’arte. Una capacità rielaborativa e creativa ben dosate, infatti, ci possono dare l’opportunità di riproporre la stessa cosa, con un elemento leggermente diverso ma intelligentemente modificato, ottenendo il risultato, a volte inaspettato, di una creazione fresca, aggiornata, quasi inedita. Basta poco per soggiogare il pubblico che cerca nel cinema un po’ di svago, qualche spavento e belle facce. Dopo tutto l’algoritmo della “paura cinematografica” si basa su pochi elementi che ogni volta vengono mischiati e rimischiati dando vita a migliaia di storie0414637301 che inevitabilmente appassionano il pubblico di tutto il mondo.

Ma se prendi un piccolo “cult” degli anni novanta (quanto mi mancano gli anni novanta!) e lo riproponi senza effettuare quel cambiamento creativo necessario per operazioni del genere, il risultato rischia di essere molto negativo, anche per quei “nerd” che della nostalgia e del “vintage” ne fanno un dogma di vita.

Il problema di fondo di questo “So Cosa Hai Fatto” sta proprio nella struttura drammaturgica su cui si basa la pellicola. Le due registe, che scrivono il film, prendono come spunto la trama del film “originale “del 1997 e lo ripropongono, “paro paro”, senza cambiare sostanzialmente nulla. Ma non è un “remake”. È un ipotetico sequel in cui, però, i fatti tremendi che coinvolgono i ragazzi, belli e ricchi, sono identici al film del 1997. Dunque assistiamo ad un paradosso senza senso e autoreferenziale.

Per una bravata alcolica e superficiale i ragazzi protagonisti di questa pellicola, ormai adulti dai tempi in cui andavano a scuola insieme, causano la morte violenta di un ragazzo che rotola da una scarpata con il suo truck. Dopo un anno la ragazza più carina e disincantata del gruppo riceve un biglietto con la scritta: SO COSA HAI FATTO L’ESTATE SCORSA. Esattamente come il precedente film. Da quel momento i ragazzi si ritrovano loro malgrado a combattere inermi contro un misterioso killer, vestito da pescatore con in mano un uncino gigantesco, che porta avanti, senza dare spiegazioni, il suo percorso di vendetta per quella morte di un anno prima che nessuno pensava potesse avere ripercussioni. Morto dopo morto si arriva al punto in cui due dei protagonisti del film del 1997, unici sopravvissuti del massacro che era alla base di quella pellicola, vengono richiamati per poter dare qualche aiuto e cercare di fermare lo spietato killer di oggi. Come nei più belli episodi di “Scooby Doo” (che peraltro viene citato in una battuta del film) la sorpresa finale, che non risolve né sana i mille problemi della narrazione, ci svela chi si cela dietro quel pesante e ingombrante vestito da pescatore.

L’iconografia del cinema “horror” degli anni novanta, e non solo, viene concentrata in questa pellicola di cui ci dimenticheremo molto presto. “Final Destination”, “Scream”, “Venerdì13”, “Nigthmare” diventano spunti non troppo celati per una narrazione molto appiattita che si piega su sé stessa con il risultato di raccontare pedissequamente una storia già nota troppo simile all’originale. Se nel 1997 i protagonisti erano poco più che adolescenti, in questo viaggio del 2025 i ragazzi protagonisti sono più adulti, anche se possono essere facilmente confusi per dei bambini cresciuti, sia per l’aspetto che per le bravate cui sembrano legati per potersi divertire.

Dunque, al di là che molte persone hanno lavorato per la realizzazione di quest’opera, il cui contributo professionale ed artistico deve sempre essere visto con rispetto e attenzione, non si capisce il senso di riproporre lo stesso prodotto senza cercare un valido e originale elemento drammaturgico o grammaticale che possa giustificare un’operazione prettamente commerciale di questo tipo. Mistero.

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RIVISTO

SCREAM, di Wes Craven (Stati Uniti 1996, 111 min.).

Dopo l’iconografico e spaventoso “Freddy Krueger” che ha reso il sonno degli adolescenti degli anni ottanta più affascinanti e adrenalinici che mai, il gigante Wes Craven ci ha generosamente donato “Scream” in cui un mostro con una terribile maschera bianca caratterizzata da una smorfia di un sorriso inquietante compie indisturbato una mattanza tra giovanissimi alle prese con la noia e i problemi di una generazione sempre più inerme alle difficoltà della vita. Perfettamente contestualizzato, “Scream” diventerà presto, come successe per “Nightmare”, un perfetto resoconto delle paure più profonde dei giovani alle soglie del nuovo millennio.

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