di Andrea Minchella
VISTO
THE SUBSTANCE, di Coralie Fargeat (Regno Unito 2024, 140 min.).
Più che un film un’esperienza incontenibile. Potrà sembrare eccessivo, disgustoso o estremamente “splatter”, ma certamente “The Substance” resterà per sempre nell’immaginario collettivo degli spettatori che accetteranno la sfida di Coralie Fargeat. Perché la regista francese, qui al suo secondo lungometraggio, compie un’operazione ambiziosa e pericolosa. Dietro un film architettonicamente perfetto e morbosamente cucito addosso alle due protagoniste, la giovane regista elabora e “sputa” una riflessione potente e originale sulla complicata posizione, ancora oggi, della donna in relazione alla predominante e oppressiva figura dell’uomo che continua imperterrito a dettare e mettere in atto le regole dello “showbiz” e di tutta la cultura dell’immagine del mondo contemporaneo.
“The Substance” è un groviglio di carne e di rimandi cinematografici, sapientemente rimodellati in un racconto originale e serrato, che stritola Demi Moore e il suo corpo filmato in ogni centimetro. Ma la regista francese fa di più. Le conseguenze nefaste della scelta che la protagonista compie per ritrovare una bellezza giovane e perfetta ricadono violentemente anche sul pubblico che sta guardando il film. L’opera diventa una condivisione collettiva delle torture fisiche a cui si è disposti pur di ottenere un’immagine nuovamente avvenente e seducente. Nell’appartamento in cui si svolge gran parte della vicenda, grazie ad un uso intelligente di grandangoli deformanti, c’è spazio anche per noi spettatori, così da non poterci esimere dall’essere coinvolti direttamente nella trasformazione mostruosa della protagonista.
La Fargeat immerge le viscere del suo film nella mitologia letteraria più “dark” e dentro la cinematografia più snervante e viscida degli ultimi anni. Dopo pochi minuti dall’inizio ci appare come un incubo quasi atavico l’ossessiva e pittoresca moquette dell’Overlook Hotel di “Shining”. Durante il racconto ritroviamo le mutazioni del corpo rivoltanti e ancestrali di “Alien” e de “La Mosca”. La costruzione scenica di molte sequenze, poi, rimanda ad un altro grande “discepolo” di Kubrick. L’uso, infatti, dei grandangoli deformanti non può non far pensare a “La Favorita” del visionario Yorgos Lanthimos”. Continuando, il quadro di Elisabeth Sparkle in cui una bellissima e quasi marmorea Demi Moore sovrasta la sala minimale dell’appartamento ormai in decadenza, come la sua proprietaria, e tutta la vallata della Los Angeles che conta ci riporta immediatamente al mito di Dorian Grey e della giovinezza congelata grazie ad un patto diabolico. Anche l’iconografia legata al Frankenstein di Mary Shelley fornisce all’autrice francese parecchi spunti narrativi che si trasformano in sequenze aberranti ed estremamente dure.
“The Substance” è un film moderno e centrato che non si perde dietro un femminismo gridato ma poco efficace. L’analisi di Fargeat è tagliente e non lascia spazio a fraintendimenti. La donna è succube, ancora in questa fase storica, anche nei paesi più evoluti, di una visione del sesso femminile esclusivamente in mano agli uomini. L’uomo decide i canoni di bellezza che vengono mutuati nell’arte, nello spettacolo e in tutti i campi in cui la donna deve faticare per farsi spazio. L’ossessione per un corpo perfetto ad ogni età è l’effetto collaterale dell’egocentrismo maschile che non intende indietreggiare nemmeno di un centimetro. Gli uomini raccontati in “The Substance” sono tutti dei cretini e tremendamente viscidi. Più che essere umani sembrano bestie che annusano, mangiano e vivono ossessionati dal sesso. Un dipinto esagerato ma molto più realistico di tanti stereotipi inefficaci che riempiono la cinematografia contemporanea.
“The Substance”, che nel finale si perde un po’ ma l’opera rimane comunque riuscita ed unica, è una sorta di bulimia rivoltante di immagini, corpi, deturpazioni, incubi, desideri che vengono centrifugati con maestria e versati addosso al pubblico inerme e cosciente della follia che si può attivare in ognuno di noi per raggiungere uno scopo a qualsiasi costo. “The Substance” è un resoconto inedito delle ossessioni che imperversano nella società contemporanea e che non sempre riescono ad essere raccontate con tanta chiarezza ed onestà intellettuale.
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RIVISTO
THE NEON DEMON, di Nicolas Winding Refn (Francia- Stati Uniti- Danimarca 2016, 118 min.).
Il culto della bellezza e della perfezione in un racconto visionario ed onirico del talentuoso e dirompente Winding Refn. Come in un incubo le immagini si dilatano mischiandosi con le luci e i suoni di un vagito ancestrale. Una narrazione snervante che scardina le motivazioni più intime della ricerca ossessiva della bellezza universale che coincide con la bellezza del corpo. Da rivedere.
