Cresce la protesta contro Israele, Vuelta a rischio. Sanchez attacca, la Movistar…

Vuelta Israel protesta Movistar
La protesta contro la Israel a Laredo

VIGO – “Parar el genocidio en Gaza”, ovvero fermare il genocidio a Gaza. Le parole, la richiesta o ancora meglio l’ordine che arriva da Pedro Sanchez, il primo ministro spagnolo, vengono rilanciate questa mattina da radio e televisioni mentre sullo schermo scorrono le immagini della Vuelta.

La protesta

Il secondo giorno di riposo, che la corsa trascorre in Galizia, trascorre con questo tema e non può essere diversamente. La protesta contro la Israel, che nel frattempo ha tolto il nome dalla maglietta, cresce. La prima grande manifestazione a Bilbao con la tappa accorciata e senza ordine d’arrivo; quella pacifica alla partenza di Laredo; i fuggitivi di giornata fermati ai piedi dell’Angliru; la caduta di ieri di due corridori a causa di un manifestante e di un poliziotto che per fermarlo ha attraversato la strada al gruppo. Questa è la cronaca dei fatti negli ultimi quattro giorni di corsa.

Vuelta in croce

La Vuelta, intesa come organizzazione, è in croce. Il lato sportivo è ormai in secondo piano. Kiko Garcia, il direttore tecnico della corsa, dopo la tappa di Bilbao era stato chiaro: “Dobbiamo proteggere i corridori e la loro sicurezza, ma dobbiamo proteggere anche la nostra corsa che è un patrimonio. Per questo sarebbe meglio che Israel si ritirasse”. Del resto Unipublic, la società che organizza la corsa e che è di proprietà dei francesi dell’Aso, ha bisogno dell’appoggio del governo. Impossibile organizzare una corsa così senza l’aiuto dello stato. Ma la Vuelta avrebbe bisogno anche dell’appoggio dell’Uci, l’unico ente che può prendere una decisione. Uci che invece se ne è tranquillamente lavata le mani con un comunicato quasi surreale. Per loro il problema non esiste. Lo sport non è politica… bla bla bla.

Sport e politica

Ma lo sport è da sempre anche politica. Non era politica l’Olimpiade di Berlino 1936? Non era politica il mondiale di calcio in Argentina nel 1978? Non era politica la vittoria di Gino Bartali al Tour  1948 dopo l’attentato a Palmiro Togliatti? Non è politica la partenza dell’ultimo Giro d’Italia dall’Albania? Non è politica la scelta di giocare domani sera contro Israele per le qualificazioni al mondiale di calcio? Dai, non siamo ipocriti.

Bola del Mundo a rischio

Ma torniamo alla Vuelta. Il timore, per non dire la certezza, è che la protesta non abbia ancora raggiunto l’apice. All’orizzonte ci sono due momenti particolarmente delicati: le ultime due tappe. Sabato in programma c’è l’arrivo alla Bola del Mundo, un parco naturale scoperto dalla corsa nel 2010. Un traguardo già contestato e preso di mira dagli ecologisti che vorrebbero che la corsa terminasse più giù, a Navacerrada. Una contestazione che ha già obbligato gli organizzatori a fare appello al senso civico degli spettatori per rispettare la natura. Agli ecologisti si potrebbero aggiungere, anzi si aggiungeranno quasi certamente, i ProPal. La situazione in questo caso impossibile da controllare.

Sulla Bola del Mundo alla protesta ProPal si aggiungerà quella degli ecologisti

Madrid e la Castellana

Il giorno dopo, domenica, l’ultima tappa con la tradizionale passerella di Madrid. Il Paseo de la Castellana è un magnifico teatro, anche per la contestazione. Per questo L’Equipe ieri ha ipotizzato la cancellazione dell’ultima tappa. Un articolo successivamente modificato con l’esclusione di questa ipotesi. Anche l’ufficio stampa della corsa ha smentito l’ipotesi di cancellazione: “La Vuelta arriverà a Madrid”. Speriamo. Il punto è che L’Equipe, il miglior e più importante giornale al mondo per il ciclismo, è dell’Aso, ovvero dei padroni della corsa. Sul piatto l’ipotesi cancellazione dell’ultima tappa c’è. Non è escluso che il divieto, per rischio incidenti, arrivi dall’alto.

L’Equipe ha ipotizzato, poi smentito, la cancellazione dell’ultima tappa. Ma la possibilità c’è

Corridori senza coraggio

In tutto questo i corridori e le squadre cosa dicono? Che parte fanno? Semplice, quella di sempre: non fanno. O meglio, fanno le vittime ma non si muovono. Mads Pedersen, vincitore della tappa di ieri, è stato imbarazzante sul tema: “No comment”. Ma il no comment è già un commento. Un leone in sella, con le orecchie lunghe dopo. E Vingegaard, la maglia rossa? “I manifestanti cercano visibilità”. Ma no? Vuoi che uno manifesti da solo in un deserto senza che nessuno sappia nulla? Il Cpa, il loro sindacato, nei giorni scorsi aveva annunciato che non avrebbe più tollerato gesti contro i suoi associati. Ieri muti, forse i loro rappresentanti erano al bar.

Movistar e Israele

Ci si poteva aspettare che parlasse Javier Romo, coinvolto ieri nell’incidente e arrivato al traguardo ferito. Niente, la sua Movistar gli ha tappato la bocca. Nessuno in squadra parla. “No comment”. Forse la paura di svegliare il can che dorme? Perché? Ad aprile è infatti stato annunciato che la Abarca Sports, la società di gestione del team, ha ceduto il 43% delle quote alla Quantum Pacific Management società d’investimenti posseduta da Idan Ofer, un miliardario israeliano. La bandiera del ciclismo spagnolo è quindi quasi per la metà in mano israeliana. Lo stesso Ofer controlla anche il 27,8% dell’Atletico Madrid. E adesso?

Il 43% del Team Movistar è in mano a una società di Idan Ofer, miliardario israeliano

Idan Ofer

La protesta ProPal di Laredo

Domenica la caduta di Romo

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