Rimane poco o niente per rallegrarsi di questi primi giorni del 2026, funestati dalla tragedia di Crans-Montana, scossi dal blitz americano in Venezuela e dalle minacce di Donald Trump che, tra le “amenità” della legge del più forte, pretende di impadronirsi della Groenlandia. Giorni che hanno sullo sfondo le guerre, a cominciare, per noi europei, dall’Ucraina, alla quale prestiamo sempre meno attenzione, quasi fosse una situazione acquisita della nostra quotidianità, come un’abitudine. La cronaca domestica, se così possiamo dire, ci riserva giornalmente aggressioni, omicidi, accoltellamenti, alcuni inspiegabili (il capotreno ucciso a Bologna), altri che vedono protagonisti adolescenti (il 15enne ferito a Milano) e che, per questo ma non soltanto per questo, disorientano e sconcertano. La violenza sembra essere la cifra di un presente che non depone per un futuro di serenità.
Di più, per restare sul rogo in terra elvetica, non passa inosservata l’ammissione del sindaco di Crans-Montana sulle negligenze del Comune rispetto ai controlli mai effettuati al Constellation, il locale dove sono morte quaranta persone, quasi tutte in giovanissima età. Una dichiarazione, quella del primo cittadino, che aggiunge rabbia al dolore per quanto accaduto nella notte di Capodanno. Certo, si tratta di un’assunzione di responsabilità istituzionale che, sotto alcuni aspetti, sul momento fa onore alla municipalità della cittadina svizzera. Ma che mette in luce come proprio nella nazione del rigore e del rispetto della legalità vi siano falle clamorose, dalle conseguenze drammatiche. “Nessun controllo è stato effettuato tra il 2020 e il 2025, disattendo le regole delle verifiche periodiche sulla sicurezza in un locale pubblico: ce ne rammarichiamo profondamente ” ha confessato il sindaco in conferenza stampa, quasi fosse la cosa più normale del mondo. Parole che invece, al netto della sciagurata gestione del disco/bar, non bastano a mitigare la gravità di una simile inadempienza e di un evento che ha provocato decine di vittime, che rimarrà nella memoria collettiva per sempre.
Sono giorni difficili, dicevamo, giorni che ci obbligano alla riflessione e all’impegno solidale verso chi è stato colpito dalla tragedia. “Sono tutti figli nostri” scrive Ferruccio De Bortoli abbracciando dalle colonne del Corriere della Sera le famiglie delle vittime, di tutte le vittime italiane e straniere di Crans-Montana, e i feriti che lottano per la vita negli ospedali. “Per i pazienti più critici si naviga a vista” avverte Giampaolo Casella direttore di Anestesia e Rianimazione del Niguarda di Milano, dove sono ricoverati undici delle decine di ustionati. Non c’è bisogno di spiegare il significato della sua dichiarazione.
Resta la speranza. Che rischia però di infrangersi davanti alle bare dei ragazzi deceduti nella trappola di fuoco del Constellation, nelle lacrime dei loro genitori, dei famigliari, degli amici e dei tanti che non si danno pace ripercorrendo gli eventi di un primo giorno dell’anno che sarebbe dovuto essere di festa e invece si è tramutato in una tragedia che trascina le sue ansie senza che per ora se ne intraveda la soluzione.
