Bossi, la Lega, il tesoretto del presente storico

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Umberto Bossi propone a Matteo Salvini il Comitato del Nord per recuperare consensi alla Lega

di Massimo Lodi

Non è così balzana come vien giudicata dai salviniani l’idea di Bossi d’un Comitato Nord. Se il partito subisce il sorpasso della Meloni nel Settentrione dove imperava; se non esiste più speranza di competere nel Centro Sud; se bisogna riconquistare il blocco elettorale perduto a discapito di FdI e perfino dell’M5S; se il nascituro governo si colorerà d’una sfumatura di verde pallido pallido; se urge correre ai ripari prima delle regionali lombarde della primavera ventura; se qui e se là (inutile ridire il già detto da molti, dopo il rovescio del 25 settembre), varrebbe la pena di quagliare col Senatùr.

L’idea sua non è scindersi dalla Lega, tramite un movimento concorrenziale ispirato alle origini. Ma rinnovarla dall’interno: fondata una corrente (questa è la novità), s’avvia l’itinerario d’adesione, mirando a riscuotere credito fra i militanti, verniciare di smalto antico il partito, recuperare tra i cittadini la svaporata fiducia. C’era un sindacato territoriale nel nome del Carroccio, non c’è più. C’era un sindacato produttivo, non c’è più. C’era un sindacato sociale, non c’è più. Eredità preziose trasferitesi ad altri, e vanno riportate a casa, se no che ragione ha questa casa di rimanere in piedi all’ombra d’un palazzo, lì sulla destra, improvvisamente soverchiante?

Dunque, anziché combattere il Comitato Nord, lo si dovrebbe apprezzare e farne il mattone sul quale ricostruire. Tesi ribadita durante l’assemblea provinciale di giovedì scorso a Saronno: garanzia di fedeltà al segretario, ma a patto che drizzi le orecchie. E raddrizzi il timone.

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Massimo Lodi

Nel momento in cui metà Italia, da Roma in giù, subisce l’influenza/l’egemonia dei Cinquestelle, perché l’altra metà non dovrebbe contrapporvisi ottimizzando il brand di cui dispone? O la Lega esalta il significato delle radici, e lo declina nella contemporaneità del terzo millennio; o la Lega rischia di sparire, concedendo in grazioso appalto la sua ex spinta di propulsione a formazioni alternative. Meloni a parte, c’è un Pd prossimo a cambiare segretario e pelle che le farà concorrenza forte, cercando di recuperare il favore popolare svanito; c’è un movimento centrista (la coppia Calenda-Renzi alle recenti politiche, il civismo della Moratti alle regionali di primavera: due esempi fra i molti) che si rivolge ai delusi sia di Salvini sia di Letta per interpretare la voglia di ragionevole/pratico riformismo; c’è infine una marginalità di sinistra che, pur balcanizzata e confusa, pesca nel bacino dell’insofferenza.

Perciò il proposito d’una rifondazione leghista non sembra accademico e illusorio. Semmai pratico, di buonsenso, opportuno. Addirittura indispensabile, guardando a una delle cause principali che andranno sostenute nella nuova legislatura: quella dell’autonomia differenziata. Ecco il tema da innalzare a bandiera, raccogliendovi intorno passato, presente e futuro. Chi ha la fortuna di possedere un retaggio che ben si presta all’attualizzazione, ignorandolo commetterebbe peggio che un delitto: un errore. Roba che la politica non perdona, come allerta Bossi (e come Saronno ha colto, in un revival dell’idem sentire) sollecitando l’attenzione del Capitano al tesoretto d’un presente storico chiamato Nord.

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