Tra una settimana alcuni Comuni del nostro territorio vanno al voto per rinnovare sindaci e amministrazioni civiche. Non proprio un test elettorale o politico in senso lato vista l’esiguità dei cittadini chiamati alle urne: poco più di 30mila persone nei sette centri del Varesotto interessati dalla consultazione: Lonate Pozzolo, Angera, Azzate, Jerago con Orago, Venegono Superiore, Agra e l’unione tra Bardello, Malgesso e Bregano. A distogliere l’interesse dai risultati di lunedì 15, giorno dello spoglio, c’è anche la mancanza di città sopra i 15mila abitanti, cioè con la possibilità che si vada al ballottaggio. Insomma, al netto dei 18 capoluoghi di provincia italiani dove si voterà, qui da noi l’appuntamento elettorale è poco più di una formalità, con valenze soltanto locali.
Se non fosse però che dalla liste in gara nei singoli comuni si può leggere un dato a nostro modesto avviso assai significativo: il fiorire delle liste civiche. Squadre che si rifanno al civismo nel tentativo di soddisfare l’antipolitica dominante di un’ampia parte dell’elettorato. Nulla contro chi si presenta alle urne affrancato dalle tradizionali segreterie dei partiti, ma non sempre si tratta di una scelta consapevole e sostenuta da precise motivazioni. Il più delle volte, dentro queste liste, si nascondono candidati espressi, guarda un po’, proprio dai partiti e in senso trasversale. Siamo al punto che molte compagini negano persino la matrice politica di alcuni loro rappresentanti, anzi, sono pronte a smentire persino l’evidenza pur di segnalare il distacco dalle stesse segreterie. Una situazione che vuole essere un escamotage per acchiappare consensi ma finisce per tramutarsi in una sorta di beffa generalizzata.
Il fatto è che non c’è partito che non partecipi da qualche parte a questo gioco: sotto sigle, slogan e loghi nati dalla più vasta creatività, c’è di tutto. Ma non si deve dire. Poche le aggregazioni, di centrodestra o di centrosinistra, che palesano i loro segni identificativi, riportando la gara elettorale su parametri di visibilità e, lasciatecelo dire, di coerenza. Le giustificazioni di chi si butta sul civismo sono sempre le stesse: lavorare senza condizionamenti, specialmente nei Comuni più piccoli. Badare alla concretezza e non alle esigenze delle conventicole, cioè lavorare per il “bene collettivo”. Frase fatta che, a quanto pare, è di uso corrente e, in un modo o nell’altro, va sempre a segno.
Concretezza e onestà. E’ l’altra cifra, l’onestà, su cui fanno perno le liste civiche, anche quelle mascherate. Le malefatte della politica politicante sono la chiave per abiurare i partiti. Le cronache sono purtroppo piene di politici disonesti, a ogni livello e in ogni gruppo. Ma dove sta scritto che indossando la casacca di civico si è al riparo da possibili tentazioni? La differenza la fanno le persone, il loro senso civico e la loro responsabilità, le competenze e l’impegno personale, indipendentemente dalle appartenenze. Ci sembra quasi un’ovvietà, ma forse ci sbagliamo, se gli stessi partiti ritengono che sia opportuno cancellare storia e identità quando si presentano alle urne nei centri più piccoli. Dove, è vero, conta il rapporto diretto con i candidati e, dove, si è convinti che lavorando al di fuori dai soliti schematismi si può essere più funzionali ed efficienti. Salvo poi scoprire che, comunque ci si vesta (o ci si mascheri), la gente diserta le urne. Perché il problema, com’è facile comprendere, non è la forma ma la sostanza.
