Lonate, cadavere in 336: 26 arresti. Le torture per un debito di droga da 30mila euro

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LONATE POZZOLO – Maxi blitz antidroga tra Busto, Lodi e Novara: 26 arresti. In manette anche i 5 cittadini marocchini accusati di aver torturato e ucciso il giovane connazionale di 24 anni di Rozzano trovato cadavere il 7 maggio dell’anno scorso in un’area di sosta della superstrada per Malpensa 336 tra Lonate Pozzolo e Vanzaghello. Il giovane era stato massacrato e ridotto in modo tale da essere riconosciuto, dopo alcuni giorni di indagine, solo grazie attraverso i tatuaggi resi pubblici dall’autorità giudiziaria. Da lì è partita la maxi inchiesta per droga che ha sradicato una grossa banda attiva nello spaccio nei boschi tra Lombardia e Piemonte.

L’operazione della Mobile di Varese

I tatuaggi che hanno permesso di identificare il cadavere

Lo spaccio nei boschi e le torture

Nella mattinata di oggi, martedì 27 giugno, la Polizia di Stato di Varese ha concluso una vasta operazione di polizia giudiziaria che ha portato all’esecuzione di 26 misure cautelari di cui 24 in carcere, 1 agli arresti domiciliari e 1 divieto di dimora in Lombardia e Piemonte, emesse dai Gip di Busto Arsizio, Novara e Lodi che hanno accolto le richieste delle rispettive Procure della Repubblica, nei confronti di un gruppo di persone, originarie del Marocco (eccetto un solo cittadino italiano con mansioni di autista), indagate a vario titolo per i reati  di tortura con uccisione del torturato, tentata estorsione, rapina, detenzione di armi e reati in materia di stupefacenti, in particolare spaccio nelle zone boschive in numerosi punti dislocati nelle province lombarde e piemontesi. 

Le diverse misure cautelari sono state eseguite con la collaborazione delle Squadre Mobili di Milano, Novara, Genova, Cremona, Lodi, Piacenza, Pavia nonché con l’ausilio di equipaggi del Reparto Prevenzione Crimine di Milano. Gli arresti sono stati eseguiti in Lombardia nelle province di Milano, Lodi, Pavia e Cremona, ed anche nelle province di Novara e Piacenza. Parte dei soggetti destinatari – irregolari in Italia e senza fissa dimora – è risultata irreperibile.

L’arresto in Germania

Un arresto è stato eseguito in Germania dalle autorità di polizia di quel Paese, attivate dall’Unità FAST italiana (incardinata nel Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia) a seguito della emissione del Mandato d’Arresto Europeo da parte del Gip. La complessa attività di indagine condotta dalla Squadra Mobile di Varese, culminata con gli odierni arresti, ha preso avvio il 7 maggio 2022 proprio con il ritrovamento del cadavere di un uomo privo di documenti, di probabile origine nord-africana, abbandonato seminudo in una piazzola di sosta a bordo strada della SS336 nel Comune di Lonate Pozzolo, con evidenti segni di violenza subita. 

Il cadavere a Lonate in 336

Gli elementi raccolti, attraverso l’ascolto di decine di soggetti, servizi di osservazione, intercettazioni telefoniche ed ambientali, acquisizione ed analisi tabulati, sequestri, indagini informatiche, accertamenti tecnici e rilievi di Polizia Scientifica (a cura del Gabinetto regionale di Polizia Scientifica di Milano), visione ed analisi di decine di telecamere di controllo del traffico ed appartenenti a privati, accertamenti e servizi di osservazione in territorio estero eseguiti con il coordinamento del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia di Roma (Interpol), hanno consentito di comprendere che l’uomo ucciso – successivamente identificato per un ragazzo di 24 anni marocchino – aveva fatto parte di un gruppo di presunti spacciatori tutti di nazionalità marocchina, facenti capo a due fratelli, residenti nel milanese, “proprietari” di diverse piazze di spaccio situate in zone boschive delle province di Milano, Varese, Novara, Pavia e Lodi. 

I fratelli boss

Secondo quanto finora ricostruito, il movente della tortura a cui ha fatto seguito la morte del ragazzo sarebbe stato il furto di droga e soldi per un valore di circa 30mila euro che il soggetto ucciso aveva compiuto qualche settimana prima nei confronti del gruppo di presunti spacciatori di cui faceva parte, e per il quale lavorava con un complice in una zona boschiva posta a cavallo dei Comuni di Pombia/Oleggio/Marano Ticino, in Piemonte. Con tale droga provento del furto il ragazzo aveva cercato di aprire una “sua” piazza di spaccio in provincia di Varese, in zona Laveno Mombello. Sulla base di quanto contestato, il gruppo era riuscito nei giorni seguenti ad avere certezza dell’affronto subito da parte del ragazzo, ed il capo lo aveva convocato dicendo che doveva parlargli.

Il debito da 30mila euro

La disponibilità, suo malgrado, del ragazzo nei confronti dell’ex “capo” gli sarebbe stata fatale: da un Comune della provincia di Milano il ragazzo sarebbe stato condotto dal capo e da uno dei complici nel bosco in cui aveva rubato la droga e i soldi al gruppo, lì ad attenderli c’erano altri componenti del gruppo, che si sarebbero scagliati contro il ragazzo accusato del furto, lo avrebbero percosso e seviziato con vari strumenti, sino al decesso, avvenuto dopo alcune ore di acute sofferenze, al termine di violenze crudeli e prolungate. Il suo corpo sarebbe stato poi trasportato nottetempo dal bosco in cui era stato ucciso alla piazzola di sosta in cui è stato trovato la mattina successiva, a seguito di segnalazione da parte di alcuni passanti. Poco dopo aver iniziato le torture nei confronti del ragazzo, una donna – presuntivamente identificata poi nella compagna del capo del gruppo – aveva chiamato ripetutamente il padre di quest’ultimo, riferendo quello che stava accadendo e chiedendo il pagamento della cifra che il ragazzo aveva rubato.

Voleva mettersi in proprio

L’uomo, che viveva in Spagna, aveva chiesto di liberare il figlio rendendosi disponibile a recuperare la cifra necessaria, chiedendo, però, del tempo a tale scopo, ma la morte del ragazzo è intervenuta prima che potesse recuperare la somma necessaria. La notte successiva al ritrovamento del cadavere il capo del gruppo è fuggito in Spagna, grazie al determinante ausilio offerto dalla sua compagna. A dirigere gli affari avrebbe lasciato in Italia il fratello e alcuni fidati uomini che avrebbero proseguito nel fiorente traffico di droga venduta nei boschi lombardi e della provincia di Novara, sempre, comunque, sotto le costanti direttive del capo.   

La fuga in Spagna

L’indagine ben ha mostrato l’organizzazione e le modalità del traffico di stupefacenti effettuato ad opera di gruppi composti quasi esclusivamente da cittadini marocchini che hanno eletto a piazze di spaccio aree boschive. Dentro al bosco ci sono normalmente due persone, una – che ha la capacità di parlare e comprendere sufficientemente la lingua italiana – addetta alla ricezione delle chiamate da parte dei clienti che fanno l’ordine annunciando il proprio arrivo, l’altra addetta alla consegna della droga al cliente. Chi riceve le chiamate normalmente è il “capo posto”, e gestisce la droga, preparando le dosi, e i soldi; droga e soldi che, nei momenti di “riposo”, lo stesso “capo posto” nasconde all’interno del bosco stesso, cercando di non farsi vedere dall’altra persona con cui lavora in quel punto, per non rischiare che questo possa appropriarsi di tali “risorse”, fuggendo. L’addetto alla consegna al cliente, invece, normalmente è un marocchino giovane da poco giunto in Italia.

Lo spaccio nei boschi

Quasi tutti sono irregolari sul territorio nazionale. Si è accertato che il gruppo indagato disponeva di appartamenti affittati da prestanome, e di vetture intestate a prestanome o noleggiate per pochi giorni (con documenti ottenuti da terzi, dietro pagamento di somme di denaro) attraverso società che forniscono il servizio a distanza tramite portale internet . Nella disponibilità del gruppo criminale, poi, vi sarebbero state anche armi, sia bianche (ad esempio machete), sia da fuoco (fucili e pistole), anch’esse occultate nei boschi di spaccio, ostentate sui profili Facebook e utilizzate per rappresaglie e in caso di contrasti con gruppi rivali (ad esempio a seguito della sottrazione dei telefoni dello spaccio oppure per la conquista di un luogo di spaccio conteso).

Le punizioni ai pusher infedeli

Almeno due sono gli episodi registrati nel corso dell’attività di indagine, per i quali si è proceduto separatamente innanzi all’autorità giudiziaria competente per territorio: il primo è avvenuto a fine luglio del 2022 in un locale della provincia di Milano ove, a seguito di rissa fra alcuni dei soggetti emersi nell’indagine, sono stati esplosi alcuni colpi di pistola; il secondo è avvenuto a metà settembre in provincia di Varese, quando appartenenti al gruppo indagato e concorrenti rivali si sono scontrati a colpi di arma da fuoco.   La maggior parte dei soggetti indagati ha precedenti o pregiudizi di polizia in materia di stupefacenti; il capo, inoltre, è stato denunciato in tre occasioni a partire dal 2020 per sequestro di persona e lesioni commesse ai danni di propri sodali nell’ambito dei contrasti legati allo spaccio di stupefacenti. Si precisa che l’attività d’indagine effettuata dalla Squadra Mobile di Varese è stata coordinata dalla Procura di Busto, e che il Gip nel disporre i provvedimenti restrittivi su conforme indicazione del PM si è dichiarato territorialmente incompetente, inviando gli atti alle Procure di Novara, Milano, Pavia e Lodi, che si occuperanno delle fasi successive di questa complessa indagine.

Il plauso di Molteni

Un grande plauso alla Polizia di Stato di Varese e alla squadra Mobile per l’importantissima e delicata operazione di polizia giudiziaria conclusa con l’arresto di 26 persone componenti una banda criminale, per lo più stranieri irregolari, dedita allo spaccio di droga nei boschi della Lombardia e del Piemonte, ai reati di tortura, rapina, detenzione di armi.
Una grande operazione antidroga che conferma la capacità investigativa, la professionalità e la preparazione delle nostre forze di polizia.
Un importante risultato e una grande vittoria della squadra Stato. È il commento del sottosegretario al Ministero dell’Interno Nicola Molteni alla brillante operazione antidroga condotta dalla Polizia di Stato nel Nord-Ovest del Paese.
“Ho ringraziato personalmente il Questore di Varese per questo importante risultato di legalità e di polizia riaffermando la vicinanza del Viminale ai nostri uomini e donne in divisa. – aggiunge Molteni – Lo Stato conferma che nel contrasto allo spaccio di droga in Lombardia, come nel resto del Paese, non si volta dall’altra parte, non arretra e anzi, moltiplica sforzi, impegno e dedizione. l contrasto allo spaccio di droga nei boschi lombardi si conferma una priorità del Governo – prosegue il sottosegretario – che ha visto in questi mesi uno sforzo imponente delle forze di polizia territoriali con la presenza anche degli squadroni eliportati dei ‘Cacciatori’ di Sicilia, Sardegna, Puglia e Calabria dell’Arma dei Carabinieri. In due mesi di attività oltre 28 arresti, 200 operazioni di pattugliamento, 130 bivacchi smantellati e importanti quantitativi di droga, contanti e armi sequestrate. La risposta dello Stato di repressione e di prevenzione contro le centrali dello spaccio continuerà per restituire legalità e sicurezza alla cittadinanza e alle popolazioni locali” conclude l’esponente del Governo.

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