BUSTO ARSIZIO – «Chi lotta contro la corruzione è martire, perché la corruzione è incompatibile con la Fede. Chi odia la giustizia odia la Fede. Chi opera sotto giustizia opera sotto lo sguardo di Dio». E’ la riflessione di monsignor Marino Mosconi, cancelliere dell’Arcivescovado di Milano, intervenuto oggi, venerdì 27 ottobre, alla commemorazione del beato Rosario Livatino, il giudice ragazzino assassinato dalla stidda nel 1990.
Una benedizione contro il male

Presenti tutti gli operatori di procura e tribunale, oltre alle cariche civili e militari del territorio. Gremita l’aula Falcone e Borsellino del Tribunale di Busto Arsizio come ha sottolineato don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto che ha fortemente voluto il momento di preghiera e riflessione. «Per il terzo anno abbiamo la possibilità di un momento di preghiera – ha detto don David – chi sta qui è a contatto, tutti i giorni, con il male e quindi abbiamo bisogno della benedizione del Signore».
Simbolo di giustizia

A scuotere i cuori di tutti i presenti è stata la testimonianza di Salvatore Insenga, il cugino del giudice Livatino. «Quello che mi viene da dire in questo momento sono ricordi personali, ma anche tutto quello che ci siamo persi io e lui. Avevo 20 anni quando è stato ucciso, non ho potuto condividere molte cose». Insegna ha poi ricordato il giorno della beatificazione quando fu lui a portare la camicia insanguinata e polverosa del magistrato assassinato: «Quando mi sono ritrovato in mano quella camicia da portare in processione è stato un momento particolare. L’ultima volta che l’ho visto era un bellissimo giorno di maggio, ci abbracciammo e ci salutammo per rivederci dopo l’estate. Quell’incontro non c’è mai più stato. A distanza di 30 anni, con quella camicia è stato come riabbracciarlo di nuovo. Rosario è diventato un simbolo di giustizia sia civile che religiosa, solo in questa maniera riesco ad accettare quello che è successo e perdonare».
