Quei sindaci che rispondono con il “vaffa”

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Beppe Grillo, il re del "vaffa"

L’ha detto anche la Meloni: rispondo ai cittadini. Qualche sindaco, più di uno, e qualche amministratore pubblico, più di qualcuno, si rifugiano in questa prospettiva quando svillaneggiano le opposizioni. Al “risponderò ai cittadini” aggiungono l’avverbio “soltanto” per rendere più chiaro il loro rapporto con la politica. E con le istituzioni. “Soltanto ai cittadini” così che si sentano in diritto di calpestare anche i più elementari principi della democrazia, che prevedono una maggioranza e una minoranza, domande e risposte, confronto e, a volte, scontri (dialettici).

Nel caso, una minoranza che per il fatto di essere appunto minoranza possa venire ignorata, addirittura offesa, se mai dovesse interloquire, magari in modo fastidioso per il conducente. Ma che rappresenta la sostanza di un ruolo fondamentale, per conoscere, capire, giudicare, controllare, esercitare il diritto di critica. Altrimenti si renderebbero inutili le elezioni e, sindaci, assessori e quanti partecipano a una giunta o a un governo avrebbero incondizionata mano libera. Ma ne verrebbe fuori tutta un’altra cosa.

Purtroppo, negli ultimi anni, ma anche prima, il rapporto tra maggioranze e opposizioni è minato, in senso trasversale e intercambiabile, da interpretazioni restrittive del concetto di dialogo. Soltanto un segno dei tempi? Le cronache di questi stessi giorni raccontano di sindaci che si irritano se vengono posti loro dubbi e richieste sui più disparati temi. Fino al punto da tagliar corto in consiglio comunale: “Parlo coi cittadini che mi fermano per strada, a loro rispondo. A tutti voi (gruppi consiliari, ndr) non rivolgo la parola: voi fate politica”. Che bella scoperta.

Senza generalizzare, atteggiamento diffuso che nega, o, meglio, vorrebbe negare la politica, disconosce che in un’assemblea civica gli eletti sono, piaccia oppure no, esattamente i rappresentanti dei cittadini, non sono lì per caso, non sono semplici spettatori. Poi, un sindaco, può, anzi, deve dialogare con la gente, ricordandosi però che un conto è il conoscente incontrato per strada, un altro il consiglio comunale.

Per non dire di quell’altro primo cittadino che ha mandato al diavolo i consiglieri che gli chiedevano conto di un mancato finanziamento per un’opera pubblica: “Vi risponderò se avrò voglia”. Un fenomeno. Anzi, un sindaco che non ha alcuna contezza delle istituzioni. Questo è il vero problema: riconoscere di essere prima di tutto un rappresentante istituzionale, non il portabandiera di una squadra, la sua. E, dal momento che è sindaco, dovrebbe considerare di rappresentare tutti i cittadini, anche quelli che non l’hanno votato. Si tratta di rispetto istituzionale, politico, etico. In certi casi, anche di semplice educazione.

Discorso retorico, addirittura pleonastico, che però vale la pena ripetere per ricordare a chi occupa i posti di comando che il decisionismo confina spesso con l’autoritarismo o, peggio, con il dispotismo. Che a volte fa presa sulla gente, ma finisce per precipitare in una categoria già punita dalla storia. Specialmente se a proporne le dinamiche sono amministratori senza una storia. Tutti convinti di essere dei campioni, tutti sicuri che l’aver ottenuto il consenso equivalga a passare sopra alle più banali regole comportamentali, affermando l’arroganza, la sicumera e l’alibi che “soltanto i cittadini” sono legittimati a dare giudizi sul loro operato. Tutte le altre espressioni istituzionali e partecipative sono un disturbo da scoraggiare con un “vaffa”. Dimentichi che di “vaffa” questa politica ne ha spesso ricevuti. E proprio dai cittadini/elettori.

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