LEGNANO – È uno dei manufatti più ammirati e preziosi del Palio di Legnano. Sottoposto a un restauro anche per adattarlo al periodo storico di riferimento della manifestazione, si è rivelato più antico di quanto si credeva. E, soprattutto, aver adornato una testa importante: non quella di una regina o di una principessa, come ci si attenderebbe da una corona, ma quella della più grande cantante lirica italiana dell’Ottocento, quella Giuditta Pasta alla quale è intitolato il teatro di Saronno.
Per lei la manifattura Corbella di Milano, produttrice di oggetti di scena, cesellò una corona con cui la diva calcò il palcoscenico del Teatro alla Scala, come raffigurato anche in un quadro lì conservato. Nel 1876, il teatro milanese donò la corona al Palio di Legnano in occasione del primo carosello storico e oggi il privilegio di portarla sul capo è della castellana della Contrada San Bernardino.
Tornata in Contrada per essere esposta

Proprio nel maniero biancorosso l’oggetto vecchio di un secolo e mezzo – definito una fascia traforata di metallo adorna di perle da cui si levano punte inclinate a pugno – è ora tornato per essere esposto e ammirato da tutti. Fra i primi oggi, sabato 27 gennaio, le autorità della Contrada, il Cavaliere del Carroccio Andrea Monaci, il vice Gran Maestro del Collegio dei Capitani Tiziano Biaggi, il presidente della Famiglia Legnanese Gianfranco Bononi e l’assessore alla cultura del Comune, Guido Bragato. «Per la prima volta – ha rimarcato Monaci – la Fondazione Palio attraverso la sua commissione più prestigiosa ha introdotto il restauro dei nostri manufatti più belli. È l’inizio di un percorso che può solo far crescere la nostra manifestazione».
A presentare l’opera compiuta dal restauro (nelle foto) Lucia Miazzo che ne è stata la curatrice e Alessio Francesco Palmieri Marinoni, coordinatore scientifico della commissione permanente dei costumi del Palio. Quest’ultimo ha ricordato il censimento beni storici delle Contrade e la pubblicazione di un libro sulle corone del Palio.
Primo intervento del genere a livello nazionale
«Si tratta di oggetti che possono andare incontro a furti, smarrimenti o di cui non si conosce l’origine – ha esordito Palmieri Marinoni – La loro restituzione comprende anche il senso di dare loro qualcosa in più, aggiungere valori e conoscenze. Questo restauro è il primo a livello nazionale: nessuna manifestazione storica ad oggi se ne è interessata in maniera scientifica e accademica». Per questo i risultati saranno pubblicati sulla rivista “Jacquard” della Fondazione Arte della Seta Lisio di Firenze e diverranno oggetto di studi in ambito accademico, dal momento che non ci sono precedenti di interventi simili su questa tipologia di materiale. «Fra le decisioni importanti da prendere – ha aggiunto – c’è quella sul livello di storicità a cui portare l’oggetto: i pendenti della corona, ad esempio, sono stati aggiunti in un secondo tempo ma comunque mantenuti».
Sul dettaglio del recupero della corona si è divulgata la professoressa Miazzo, docente della Struttura didattica speciale in Scienze per la conservazione, restauro, valorizzazione dei beni culturali dell’Università di Torino. «Oggetti come questo nascono destinati al teatro o a rappresentazioni occasionali e possono finire dimenticati o accantonati. Non solo: ne può cambiare l’uso, con i relativi adattamenti. Da qui l’idea del progetto pilota “Restaurare l’effimero”. Grazie ad esso, ora siamo più consapevoli di quello che c’è nel patrimonio di una Contrada e di quello che vale e l’oggetto comunica a tutti una visione diversa, perché ha acquisito altri valori. Il valore culturale è un valore immateriale in base a cui si riconosce la valenza di un evento come il Palio. Anche se si tratta di elementi non autentici, sono un altro granello nella grande spiaggia della storia».
A questi fini ha risposto un lavoro fatto di pennelli e vernici, colori e materiali durato una decina di giorni e preceduto da una paziente ricerca, svolto col doppio fine della salvaguardia e della consapevolezza del patrimonio culturale che si ha, anche ai fini della sua conservazione. La prima fase di pulitura comprende la decisione di che cosa conservare e cosa no dei metodi di giunzione (fili, collanti) e degli elementi decorativi degradati, per poi sostituire quelli irrecuperabili – come le perle – senza alterarne l’originale né far risaltare gli elementi nuovi. Ulteriore difficoltà, «rispetto ad esempio a un cantiere di restauro – precisa Miazzo – non si ha un quadro complessivo degli interventi da compiere e si affronta così un lavoro che può rivelare delle sorprese». Che nel caso della corona di San Bernardino non sono mancate.
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