Produzione Armani “commissariata”: accusa di caporalato nella filiera produttiva

MILANO – La “Giorgio Armani Operations spa”, operante nel settore dell’alta moda, è stata sottoposta a un decreto di “amministrazione giudiziaria” emesso dal Tribunale di Milano, perché ritenuta “incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo nell’ambito del ciclo produttivo“, non avendo messo in atto misure idonee alla verifica delle reali condizioni lavorative ovvero delle capacità tecniche delle aziende appaltatrici, tanto da agevolare (colposamente) il caporalato nelle aziende a cui ha appaltato parti della produzione.

La casa di moda, secondo gli accertamenti effettuati dai carabinieri del Nucleo Ispettorato sul Lavoro, affida infatti produzione e industrializzazione delle collezioni di moda e accessori, usando una società in house creata ad hoc per la progettazione e con un contratto di fornitura, l’intera produzione di parte della collezione di borse e accessori  2024 a società terze, con completa esternalizzazione dei processi produttivi. L’azienda fornitrice dispone solo nominalmente di adeguata capacità produttiva e può competere sul mercato solo esternalizzando a sua volta le commesse ad opifici cinesi, i quali riescono ad abbattere i costi ricorrendo all’impiego di manodopera irregolare e clandestina in condizioni di sfruttamento.

Tale sistema consente di realizzare una massimizzazione dei profitti inducendo, con il classico sistema l’opificio cinese che produce effettivamente i manufatti ad abbattere i costi da lavoro (contributivi, assicurativi e imposte dirette) facendo ricorso a manovalanza “in nero” e clandestina, non osservando le norme relative alla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro nonché non rispettando i Contratti Collettivi Nazionali Lavoro di settore riguardo retribuzioni della manodopera, orari di lavoro, pause e ferie.

I controlli alla maison di “Re Giorgio”

Il NIL di Milano a partire da dicembre 2023, ha effettuato accertamenti sulle modalità di produzione, confezionamento e commercializzazione dei capi di alta moda procedendo al controllo dei maison affidatari delle forniture nonché dei sub affidatari non autorizzati costituiti esclusivamente da opifici gestiti da cittadini cinesi nella provincia di Milano e Bergamo. In particolare, sono stati controllati quattro opifici tutti risultati irregolari nei quali sono stati identificati 29 lavoratori di cui 12 occupati in nero e anche 9 clandestini sul territorio nazionale.

Le condizioni di lavoro

Negli stabilimenti di produzione effettiva e non autorizzata è stato riscontrato che la lavorazione avveniva in condizione di sfruttamento (pagamento sotto soglia, orario di lavoro non conforme, ambienti di lavoro insalubri ecc.), in presenza di gravi violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro (omessa sorveglianza sanitaria, omessa formazione e informazione ecc.) nonché ospitando la manodopera in dormitori realizzati abusivamente ed in condizioni igienico sanitarie sotto minimo etico.

Le denunce ai titolari degli opifici

Sono stati deferiti in stato di libertà a vario titolo per caporalato e altro quattro titolari di aziende di diritto o di fatto di origine cinese nonché 9 persone non in regola con la permanenza e il soggiorno sul territorio nazionale. Infine sono state comminate multe pari a oltre 80.000 euro e sanzioni amministrative pari a 65.000 euro e per 4 aziende è stata disposta la sospensione dell’attività per gravi violazioni in materia di sicurezza e per utilizzo di lavoro nero.

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