Ora le chiacchiere stanno a zero: si vota. Per l’Europa e per numerosi comuni, così che la doppia tornata elettorale abbia valore politico e amministrativo. Più politico che amministrativo, in un Paese, come il nostro, che trasforma una consultazione continentale in una verifica nazionale rispetto ai partiti di governo e di opposizione; tutti i partiti, smaniosi di conoscere quanto contano per i cittadini/elettori e, di conseguenza, qual è la loro forza di interlocuzione in parlamento e non solo. Il sistema proporzionale favorisce una simile aspettativa e, diciamolo con chiarezza, fornirà dati incontrovertibili. Che ciascuno interpreterà secondo le proprie convenienze, ma al netto di fraintendimenti numerici: in questo caso, i voti si contano e non si pesano.
Poi, è vero, le urne riguardano l’Unione Europea, attorno alla quale si è parlato poco in campagna elettorale e, quando se n’è parlato, molti dei protagonisti del circo politico italiano l’hanno fatto per slogan. Un atteggiamento teso a sbalordire e, indirettamente, a sollecitare l’insoddisfazione collettiva verso un’istituzione che, ancora, appare lontana rispetto alla nostra quotidianità. Insomma, poco ragionamento e tanto sensazionalismo. Di più, con le antenne sintonizzate su Roma piuttosto che su Bruxelles.
Dentro a un tale guazzabuglio ci sono le lotte intestine dei partiti, di quelli alleati e dei possibili alleati: a centrodestra, Lega e Forza Italia cercano di “frenare” l’avanzata di Fratelli d’Italia; Salvini non vuole farsi superare da Tajani e Giorgia Meloni lavora per mettere numericamente fuori gioco leghisti e forzisti. A centrosinistra, Partito Democratico e Cinque Stelle, evocando l’inesistente campo largo, se le suonano per conquistare o conservare la leadership dello schieramento. Per non dire di Renzi e Calenda che, come tutti sanno, dal “c’eravamo tanto amati” sono finiti nel “ci odiamo tanto tanto”.
Lo scenario che ci accoglie oggi e domani, 8 e 9 giugno, alle urne è un po’ questo. E l’Europa? Boh. Salvo, una volta chiusi i seggi, dover sottostare alle leggi del parlamento europeo, che non sono esattamente uguali alle nostre e richiedono maggior coerenza e serietà, cifre che in quel di Montecitorio e di Palazzo Madama rimangono spesso sullo sfondo.
Scontato infine come certi comportamenti alimentino la sfiducia, già endemica tra gli elettori, per diverse ragioni. Così che lo spauracchio della diserzione dalle urne abbia preso consistenza proprio nelle ultime ore di campagna elettorale. C’è chi sostiene possa addirittura attestarsi sotto il 50 per cento degli aventi diritto. Sarebbe una disfatta per gli stessi partiti, ai quali credono sempre meno persone.
L’ancora di salvezza potrebbero essere le amministrative nei 3500 e oltre Comuni in cui si vota. Lì dovrebbe fare premio l’interesse per il rinnovo dei sindaci. Usiamo il condizionale perché è sempre più difficile capire da che parte stia andando l’elettorato in generale, forse – ma non vorremmo che fosse davvero così – verso la parte dell’indifferenza anche per le municipalità dove si risiede. In questo caso, addio all’effetto traino. Le colpe? Limitiamoci a sottolineare come in molti Comuni sono gli stessi candidati a difettare in carisma, competenze, cultura, empatia.
Una parola, infine, sulla provincia di Varese. Poste, sbagliando, in secondo piano le elezioni comunali (sono 77 le giunte da rinnovare, nessuna nelle città più significative), rimangono le Europee. I cui effetti saranno decisivi anche per gli equilibri territoriali. Nell’immediato dovrebbe cambiare poco o nulla a livello istituzionale, tranne i rapporti fra le segreterie. Indotte a tener conto degli eventuali spostamenti in percentuale delle singole compagini e, quindi, degli stessi rapporti di forza per il futuro. Salvo poi recuperare i risultati nei Comuni quando, tra qualche mese, bisognerà rinnovare con elezioni di secondo livello la Provincia. Ne riparleremo, quando sarà il momento ma a cominciare da lunedì.
