SUMIRAGO – Capita di rado di vedere Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti insieme sullo stesso palco. Succederà domani sera, 21 luglio, alla festa della Lega di Sumirago, tornata a essere uno degli appuntamenti più sentiti dalla base del partito in provincia di Varese.
Andrea Cassani, segretario provinciale, come ci è riuscito?
«Diciamo che è una fortunata coincidenza e un momento per avere i due rappresentanti più importanti della Lega sullo stesso palco, un’opportunità per chi vorrà venire a sentire cosa ci prospettano i due ministri per i prossimi mesi, a livello locale e nazionale».
Una dimostrazione plastica contro chi sostiene che ci siano due Leghe?
«Non credo sia così. Penso che vi sia un po’ di voglia di tornare, come detto, a battaglie identitarie soprattutto tra quelli che io chiamo i “nativi leghisti”, che non identifico con quello che fu il “comitato nord” che era più uno strumento interno contro Salvini. Con nativi leghisti intendo i tanti militanti senza ambizioni personali e senza doppi fini politici che vogliono solo che la Lega torni a rappresentare, con ancora più forza, le istanze della nostra gente, della nostra terra e dei nostri imprenditori. Sappiamo che ci sono tante persone che sono nate politicamente altrove e non hanno certe convinzioni che contraddistinguono chi è in Lega da vent’anni. Persone che sono entrate e che magari sono già anche uscite perché sappiamo che in tanti seguono l’onda».
Proprio a Sumirago alcuni “nativi leghisti” l’anno scorso contestarono a Giorgetti la svolta del partito a favore del Ponte di Messina. Quest’anno lo ripeteranno direttamente a Salvini?
«Ma sì, qualcuno ce l’ha con il Ponte perché ritiene che sia l’emblema di un cambio di visione del partito, più nazionalista; beninteso, quando nel 2019 Salvini ci portava sopra il 40%, stava bene a tutti. Io personalmente ritengo che un Ministro dei Trasporti debba pensare a molteplici opere dal Nord al Sud: il Ponte sullo Stretto è una delle tante opere infrastrutturali che nei prossimi decenni saranno fondamentali per il Paese, come le infrastrutture ferroviarie e stradali che dovranno attraversare il Nord e come lo sviluppo dei sistemi aeroportuali, in primis il cargo di Malpensa».
A proposito di Malpensa, cosa ne pensa dell’ok di Salvini all’intitolazione dell’aeroporto a Silvio Berlusconi?
«Premesso che da sindaco di questa terra sono legato al nome Malpensa perché rimanda alla tradizione di questi luoghi e alla storia del volo, non ci trovo nulla di scandaloso nell’intitolazione dello scalo a Silvio Berlusconi, un personaggio che ha inciso e caratterizzato la vita del nostro Paese. Purtroppo in Italia abbiamo il centrosinistra che si erge a paladino di moralità e ritiene di poter decidere chi è degno o non è degno di poter essere ricordato. Faccio presente a questi eredi del comunismo che abbiamo città piene ad esempio di vie e piazze dedicate a Togliatti, persona connivente a lungo con la sanguinosa dittatura di Stalin in Unione Sovietica, che ha fatto più vittime del nazismo, anche tra gli italiani; eppure su questo nome, che a mio avviso è responsabile di cose ben più gravi di quelle attribuibili a Berlusconi, nessuno dei moralisti dice nulla. Quindi si facessero una ragione del fatto che Berlusconi è stato un personaggio che ha caratterizzato la storia del Paese da un punto di vista imprenditoriale e politico per oltre quarant’anni. E poi che il problema del Paese possa diventare l’intitolazione di un aeroporto fa capire l’assurdità della società nella quale siamo finiti. Soprattutto in considerazione del fatto che, come avviene con tanti aeroporti, questi vengono comunque chiamati con i loro nomi originali. Voi conoscete qualcuno che dice: oggi sono partito dall’“Enrico Forlanini” e sono atterrato al “Leonardo Da Vinci”? Chiunque dice di essere decollato da Linate e arrivato a Fiumicino».
Giorgetti e Salvini, i contrasti tra loro aumentano o diminuiscono?
«Conoscendoli posso dire che sono elucubrazioni giornalistiche quelle li vedono contrapposti. Forse ad alimentare questa dicotomia contribuisce il fatto che siano due politici molto diversi sotto molti punti di vista: Salvini più impulsivo, mediatico e social. Giorgetti più riflessivo, riservato e “anti social”. Però entrambi hanno ben chiaro cosa fare per la nostra gente. Magari non hanno sempre la stessa visione su tutto, ma credo che talvolta il dibattito costruttivo interno sia un valore aggiunto per la Lega».
Qual è lo stato di salute del suo partito?
«E’ una pianta robusta che ha delle radici forti che la fanno resistere anche alle tormente più intense, però ha bisogno d’acqua e luce per sopravvivere e i nostri nutrimenti sono soprattutto le battaglie identitarie, che motivano la base e che agli occhi degli elettori mostrano che siamo differenti rispetto a tutti gli altri. Non basta essere dei buoni ministri, parlamentari, governatori e sindaci: i nostri elettori si aspettano qualcosa di leghista dai propri rappresentanti. Bene questa legge sull’autonomia, che speriamo possa portare presto qualche risultato, ma vi sono altre battaglie non più procrastinabili. Ad esempio dobbiamo aver la forza per pretendere che chi vive nelle nostre zone debba avere stipendi differenti da chi vive al Sud o in aree dove il costo della vita è decisamente inferiore. Un insegnante da noi con lo stipendio statale fa una vita poco più che dignitosa, con lo stesso stipendio in Basilicata o in Puglia si vive in modo agiato. È giusto o “democratico” ciò? Poi non lamentiamoci se tutti i professionisti e anche gli operai vanno in Svizzera o all’estero a lavorare. Questa è una battaglia che solo la Lega può fare. Una battaglia a favore del Nord».
Alle ultime Amministrative in provincia di Varese avete di fatto mantenuto la vostra classe dirigente ma nei numeri avete perso la leadership del centrodestra a favore degli alleati di Fratelli d’Italia. Come vive questo dicotomia?
«Come Lega avevamo quattordici sindaci militanti uscenti e ricandidati: dodici di questi sono stati rieletti. E oltre agli uscenti abbiamo conquistato tre nuovi Comuni: Gazzada Schianno, Gornate Olona e Maccagno. Siamo ancora il partito che esprime più sindaci militanti in provincia di Varese. Segno evidente di una classe dirigente di amministratori capaci e apprezzati, dove si è vinto lo si è fatto soprattutto grazie alla qualità dei candidati. Fratelli d’Italia? È innegabile come la gente ormai in tante elezioni voti in base ai leader, in questo momento Giorgia Meloni tira più di altri; ciò detto, se il successo arriva all’improvviso e non si ha una base consolidata di amministratori capaci, il rischio è quello che al successo nazionale non corrisponda un immediato successo locale».
Come vi state preparando ai prossimi appuntamenti elettorali?
«L’anno prossimo probabilmente si andrà a votare esclusivamente per Castellanza dove ci ha lasciato Mirella Cerini. Sarà un anno “sabbatico” ma dove si inizierà a ragionare per le battaglie importanti del 2026: Saronno, Somma Lombardo, Lonate Ceppino, Luino e Laveno».
Com’è il rapporto con Fratelli d’Italia?
«A livello provinciale ho un ottimo rapporto con Andrea Pellicini che è una amministratore valido e di buonsenso. Ad altri livelli mi sembra che ci sia un rapporto di leale collaborazione: governando insieme tanti Comuni, tante regioni e a livello nazionale credo che sia giusto così».
Salvini: «Non vedo l’ora di atterrare al Malpensa Berlusconi»
