Israele tra assedio e attacco preventivo

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di Ivano Pellerin

Cari amici vicini e lontani, in questa limpida estate riscaldata dal solito anticiclone africano che “più caldo non si può” come già in altri anni, lo scorrere dei giornali, al di là degli “incantevoli” problemi politici estivi, ci porta solo a riflettere sul rumore delle armi sempre più cupo. Per me è risibile il dibattito intorno all’ incursione ucraina nel territorio russo di Kursk. Non riesco proprio ad concepire che il “diritto internazionale” impedisca ad una nazione aggredita ed invasa con centinaia di migliaia di vittime civili e militari (chiedo scusa di questi morti non bisogna parlare, non interessano a nessuno) di rispondere con le armi con opportune operazioni di difesa-offesa.

A me pare che questa manovra bellica, ben organizzata e soprattutto realizzata tra lo sconcerto dell’esercito russo e la sorpresa della sua intelligence, abbia dimostrato non solo la volontà dell’Ucraina di voler contrastare l’antipatica arroganza dello zar ma anche la dimostrazione che il piccolo Davide può ancora far molto male al grande Golia. Male di sicuro gliene ha fatto. Putin furioso ha riunito gli alti vertici militari e probabilmente ha chiesto la testa di qualcuno. Il punto è anche un altro. Può una nazione proditoriamente aggredita rispondere con devastanti e sanguinose azioni militari e, se ulteriormente minacciata da più parti dei suoi confini, attaccare preventivamente? Il diritto all’autodifesa, quando non ci sono altri mezzi politici o diplomatici, cosa contempla sul campo?

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Ivanoe Pellerin

E’ fin troppo facile ricordare la cosiddetta “guerra dei sei giorni” quando il 5 giugno 1967, di fronte all’imminente attacco arabo su più fronti, l’aviazione israeliana colpì duramente la flotta aerea egiziana ancora a terra, infliggendo agli aggressori un’importante perdita strategica e decidendo così in anticipo le sorti del conflitto. E ancora si discute sull’inutile e distruttiva risposta americana dopo il terribile trauma dell’11 settembre 2001. Allora dopo il 7 dicembre 1941 a Pearl Harbor gli USA cosa avrebbero dovuto fare? Certo la situazione geopolitica un quarto di secolo fa era molto diversa e gli Stati Uniti erano la potenza che in sostanza rivendicava un ruolo di protezione mondiale che lo si voglia o no. Ora il ruolo degli USA è certamente cambiato e il mondo è attraversato da continue rincorse politiche e militari alla ricerca di affermazioni di potenza da parte di alcune nazioni che cercano la supremazia geopolitica.

La domanda però rimane. Esiste un limite o una “misura” oltre la quale non è lecito replicare ad un attacco sanguinoso sul proprio territorio nazionale o rispondere anticipando le iniziative militari di fronte ad una minaccia certa e dichiarata? Siamo tutti in attesa della risposta iraniana alla eliminazione del capo politico di Hamas, Haniyeh, omicidio che ha scatenato la collera dell’Islam sciita ed ha dimostrato la debolezza della protezione dell’Iran. “Vendetta, tremenda vendetta!” è stata gridata anche con la sottolineatura della violazione del suolo nazionale iraniano. Argomento assolutamente risibile dal momento che quotidianamente Israele sul proprio territorio subisce bombardamenti ed attacchi militari da parte degli Hezbollah su mandato iraniano, da parte dei pasdaran siriani e degli Houty yemeniti sostenuti dagli ayatollah.

In Israele sono giorni di attesa fra le manifestazioni arabe di protesta, i negoziati incerti di Doha, gli inviti internazionali all’Iran alla moderazione o alla rinuncia alla ritorsione, con le incertezze del governo di Netanyahu fra il plateale abbandono del gabinetto di guerra da parte del generale Ganz in disaccordo con la politica sul campo, l’atteggiamento molto critico nei confronti del premier del ministro della difesa Gallant, le pressioni delle destre più estreme per un atteggiamento più determinato e aggressivo e gli incoraggiamenti americani alla prudenza.

Si sa che alcuni ambienti della Tsahal premono per un attacco preventivo, un attacco come certamente sono in grado di realizzare l’esercito e l’aviazione israeliana che possa disinnescare l’assedio e l’accerchiamento di Israele. Di fronte ad una importante potenza regionale in stato prenucleare come l’Iran che predica, incoraggia e opera per la distruzione di Israele “dal mare al fiume” la bussola dell’equilibrio e della deterrenza è davvero perduta.

Cari amici vicini e lontani, Il negoziato di Doha ancora in corso, le alleanze politiche e militari di Israele da salvaguardare, la questione degli ostaggi ancora aperta impongono certamente prudenza e cautela anche se l’ipotesi di colpire per primi rimane inevitabilmente sulla tavola.

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