VISTO&RIVISTO Un capriccio lungo e poco coraggioso

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di Andrea Minchella

VISTO

BLINK TWICE, di Zoe Kravitz (Stati Uniti 2024, 151 min.).

Molto clamore per nulla, o quasi. Zoe Kravitz decide di mettersi dietro la macchina da presa e sceglie come prima opera un film che sulla carta doveva essere un “thriller” psicologico intenso ed innovativo. Quello a cui assistiamo, invece, è un lungo e confuso racconto che si perde spesso tra stereotipi narrativi e richiami poco celati di altri grandi film del passato. Zoe Kravitz ha a disposizione una consistente squadra per trasformare la sua sceneggiatura, che inizialmente si intitolava “Pussy Islands”, alla quale stava lavorando da quasi 5 anni. La troupe e i mezzi per questo progetto denotano una capacità produttiva da parte della Kravitz molto elevata. La location, gli attori, la possibilità di realizzare una pellicola di 150 minuti danno l’idea del potere contrattuale che l’artista americana detiene nel momento in cui decide di voler realizzare un film tutto suo.

Ma questo non è bastato. La confusione e la volontà di inserire numerosi elementi narrativi nell’opera hanno svuotato quasi completamente le buone intenzioni a favore di un racconto pieno di atmosfere già vissute e di una difficoltà strutturale nel seguire un unico filo stilistico restituendoci un film ibrido che a volte fa paura (poca) a volte fa riflettere (poco) e a volte fa ridere (poco). Il frullato di stili e di intenzioni appare subito non come una volontà grammaticale inedita e dirompente della giovane regista, ma più come una giustificata (per l’inesperienza) incapacità di tenere il punto per due ore e mezza. La sceneggiatura contiene parecchi cali di tensione dovuti a battute leggere che hanno lo scopo di racimolare qualche risatina del pubblico. Il poco coraggio di Zoe Kravitz di mantenere un unico filo stilistico deturpa un film già complicato per i messaggi più o meno velati che la Kravitz vuole diffondere con la sua opera.

Il film ci racconta di un magnate, interpretato dal compagno della Kravitz Channing Tatum, che decide di abbandonare la sua gigantesca azienda per ritirarsi su un’isola di sua proprietà dove espierà le sue colpe che, però, non ci vengono rivelate. Slater King porta nella sua isola i suoi amici e collaboratori per trascorrere gran parte del loro tempo tra feste, cene, battute di pesca ed uno smisurato uso di droghe. Frida, una ragazza dal passato misterioso e che conduce una vita semplice, conosce Slater durante una serata di beneficenza e viene invitata, insieme ad una sua amica, sull’isola per trascorrere alcuni giorni di idilliaco relax.

Il film da qui si svolge interamente sull’isola e nella sontuosa villa dove tutti hanno a disposizione camere e servitù. Tra feste, cene, bagni in piscina e sballi continui Frida a poco a poco inizia ad avere dubbi sul suo passato e sulla vera natura della sua vacanza sull’isola con quegli sconosciuti. Tra amnesie e visoni annebbiate la storia prosegue fino al finale abbastanza sorprendente ma che non riesce a risollevare un racconto troppo lungo e molto superficiale.

Kravitz afferma di aver preso spunto dalla stagione di abusi denunciati nel mondo dello spettacolo che è culminato con l’arresto di Harvey Weinstein e il conseguente movimento “Mee Too”. Nel film, infatti, vengono disseminati diverse tematiche legate alla visione di una possibile vendetta corale ed universale da parte delle donne nei confronti di quegli uomini che considerano la donna uno strumento per soddisfare i propri impulsi. L’oblio come unico antidoto alle violenze subite diventa il collante dell’intera vicenda. Dimenticare ci dà la possibilità di andare avanti. E di continuare a subire senza la possibilità di ribellarsi e di riscattarsi. Questo concetto viene veicolato con una mattanza notturna che viene magicamente dimenticata con il sorgere del sole. Tropo poco per realizzare un film che richiama gli incubi più inquietanti di Jordan Peele o le allucinazioni più sconvolgenti di M. Night Shyalaman, ma non riesce a rielaborare questi spunti in maniera inedita, trasformando il film come più un contenitore di “cose” già viste che un deflagrante e scioccante spaccato delle violenze sempre più diffuse nel mondo dello “show business”.

Esteticamente di buona qualità, “Blink Twice” si poggia su di una colonna sonora potente e su un montaggio acuto, frenetico e “scorbutico” che riesce a garantire un minimo di “suspense” nelle sequenze più intense. Ma non basta.

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RIVISTO

THE WHITE LOTUS, di Mike White (Stati Uniti 2021- in produzione, 13 x 54/77 min.).

Nell’attesa dell’uscita della terza stagione vale la pena riguardare questo interessante progetto firmato dall’eccentrico Mike White. In un “resort” delle Hawaii e della Sicilia le vite di alcuni personaggi si intrecciano dando vita a situazioni surreali ed equivoche.

Scritta bene ed interpretata da attori molto capaci (bravissima la Impacciatore nella seconda stagione ambientata in Italia), la serie si distanzia dalla maggior parte delle produzioni contemporanee spesso realizzate su algoritmi commerciali che le rendono molto simili tra loro. “The White Lotus” non è pretenziosa ma fornisce una tensione drammaturgica che ne giustifica la visione.

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