BERGAMO – Un passato violento nei confronti di madre e sorella, tanto da finire denunciato e allontanato da casa per maltrattamenti e l’ossessione per i coltelli. Niente lavoro, probabilmente tanta rabbia, e una sera d’estate diventa la cornice ideale per sfogare il desiderio di togliere la vita ad un altro essere umano.
Le indagini
E’ questo il ritratto di Moussa Sangare, il 31 enne italiano di origine ivoriana, reo confesso dell’omicidio di Sharon Verzeni, la 42 enne accoltellata a morte in strada un mese fa in provincia di Bergamo. Rintracciato a seguito di una complessa indagine dei carabinieri, che per settimane hanno ricostruito in maniera certosina tutti i presenti sulla scena, tutti coloro che poco prima o poco dopo hanno percorso quella strada maledetta, raccolto dna dai residenti, fino ad ascoltare decine di testimoni. Proprio grazie a due di loro, giovani stranieri che da anni lavorano e vivono in Italia, gli inquirenti sono arrivati al presunto colpevole. La Procura ora è concentrata sull’identificazione dei due giovani che sarebbero stati aggrediti prima di Sharon, e che non hanno “ritenuto” fino ad ora di presentarsi dalle forze dell’ordine.
La testimonianza chiave
Hanno 23 e 25 anni i due testimoni chiave di un caso che ha rischiato di trasformarsi in un cold case senza responabili, e quella notte a Terno d’Isola, intorno a mezzanotte, erano usciti di casa per allenarsi insieme, proprio come Verzeni. Entrambi sono sportivi appassionati, uno gioca a calcio, l’altro pratica la kikboxing. Ai giornali hanno raccontato di essersi fermati a fare delle flessioni vicino a una farmacia, quando hanno visto passare in bicicletta due nordafricani in bicicletta e poco dopo un terzo, il killer. Hanno spiegato che il 31 enne è rimasto loro impresso perché indossava gli occhiali, una bandana e un cappello. L’uomo li avrebbe fissati a lungo, prima di passare oltre. I due hanno spiegato di essere affranti dal non aver potuto fare nulla per salvare Sharon, purtroppo troppo distante perché potessero rendersi conto di cosa fosse successo.
La telefonata che avrebbe potuto fare la differenza
A Sharon Verzeni si sarebbe potuta salvare la vita? Non esiste una risposta a questa domanda, ma la certezza che la telefonata al 112 di due giovanissimi, aggrediti prima della 42 enne, minacciati con un coltello dallo stesso assassino, certamente avrebbe potuto fare la differenza rispetto alla sua cattura. A raccontare questa prima aggressione è stato proprio Sangare, una volta in custodia dai carabinieri. Ha spiegato di aver incrociato due ragazzini di 15 e 16 anni, di avergli puntato contro uno dei quattro coltelli e poi di aver deciso di andare oltre. Successivamente ha incontrato Sharon e a lei non ha lasciato scampo. Questi due ragazzi, prendendo per veritiere le dichiarazioni del killer, non solo non hanno segnalato l’accaduto al 112, ma non si sono neppure presentati dopo il delitto, per raccontare l’accaduto e descrivere il loro aggressore. Le loro famiglie sono a conoscenza di quanto accaduto? Cosa aspettano?
